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| America |
Il diario di un viaggio oltreoceano... and maybe something more!
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| America |

Gallerie che finiscono in bar, gente che va e che viene in maniera totalmente casuale, chiacchiera e va su e giù senza meta in questo caos assoluto in cui tutto, e dico tutto, è rappresentato. "Rappresentato" è proprio la parola giusta, perché quello che non hanno, lo rifanno. Facciate di edifici, reperti in realtà conservati ad Atene (devo dire che, più della delusione di non essere davanti a degli originali, ho sentito il sollievo di sapere le cose nel loro giusto posto), manichini che illustrano gli stili femminili nell'ultimo secolo, camere da letto di ogni secolo. E, in ogni caso, c'è un campione di tutto: arte africana, asiatica, precolombiana, europea, americana; moderna e antica; arti applicate e scultura, pittura, armi e strumenti musicali. Tutto. Con passo marziale ho girato, se non per intero quasi, il museo in circa tre ore, rimanendo colpita, in particolare, da cose più "di nicchia" come le collezioni micenee ed etrusche, dalla luminosità di alcune gallerie, praticamente delle vetrate lungo tutti i soffitti, da enormi strumenti musicali e totem dell'Oceania. Per non parlare, a costo di essere ripetitiva, del colore, di tutti i maestri dell'arte moderna.
Una volta uscita, mi godo la 5th Avenue, costeggio Central Park fino a Broadway, apprezzando il discreto viavai di persone (turisti, ma non solo) e la sera che scende serena, dopo una bella giornata abbastanza calda e soleggiata. Central Park è una cosa sconfinata: ci sono passata dentro andando al Met, con le idee chiare. Volevo vedere "Strawberry Fields", il monumento a John Lennon, e la statua di Lewis Carrol. Invece ho passeggiato a lungo letteralmente perdendomi, incappando in altre statue di personaggi famosi, in breakdancers e statue viventi, in improvvisati tenori, in scoiattoli, in laghi e sculture, in almeno tre diverse iniziative e spettacoli, nei "Carousels" (e la musica era "italiana": That's Amore, O Sole Mio... il trionfo della macchietta) e nei pedicab.
Sono sbucata al Met prima di volerci arrivare, ma a quel punto ho realizzato che per vedere quello che volevo avrei potuto camminare altre due ore, e ho lasciato stare. La sera, nitida com'era, ha dato un che di romantico alle carrozze parcheggiate a sud di Central Park. Sono tornata all'albergo con un po' di cibo (niente di speciale stavolta: del sushi di avocado e un dolcino), l'intenzionde di guardare tv, stremata. Per la seconda volta passo dritta di fronte all'albergo: la lobby è troppo chic per i miei standard, e anche se la camera si rivelerà non più nuovissima, l'aspetto è fatto apposta per impressionare, e la vista dalla stanza, in ogni caso, lo fa da sé (del resto, sono al nono piano).
Qua la gente viene davvero a vedere le esposizioni temporanee, e ne vale davvero la pena. Il museo, poi, è bellissimo in sé, con le audioguide gratuite, percorsi leggibili ma non obbligati, opere d'arte di ogni tipo, con un occhio particolare al design e al contemporaneo (il che non vuol dire che le collezioni permanenti non siano meno ricche o belle). Mi precipito al Guggenheim (o almeno ci provo, visto che sbaglio fermata due volte, prima per prendere il bus e poi per scendere), dove trovo una mostra dal titolo "Haunted": una cosa di un ansiogeno pazzesco, dedicata alla rappresentazione della memoria e dell'assenza nell'arte contemporanea. Molte sono videoproiezioni, quindi il tutto è avvolto nella penombra, cosa che rende ulteriormente inquietanti le foto di spazzatura, di gente che si taglia con una lametta, di ragazzine morte, i video di persone immobili o di "mangiatori di unghie" o di paranoici che raccontano le proprie fobie in loop. 
Alla stazione salgo su un taxi. Io già ho un problema con la lingua (e la pronuncia soprattutto: cioè, sopravvivo, ma sembro una scema una volta su due), per di più mi capita anche il tassista sordo... non è per modo di dire, era un arzillo vecchietto, cordiale e mezzo sordo! Tra quello e l'ora tarda... nonostante tutto a casa ci sono arrivata, sfatta ma contenta. Contenta del mio jeans nuovo, del musical, delle foto, del cibo, delle persone. E del mio taro-mochi per il giorno dopo!
Mi dirigo alla Battell Chapel: è la chiesa centrale del Campus, quella che offre il rito ecumenico, e quella in cui sentirò il Palestrina Choir il 22 giugno. Vengo accolta con un libretto e una paletta (mi hanno raccontato di acclamazioni molto vivaci, ma quella era Harlem... a cosa mai servirà questa paletta?) che scopro presto essere un ventaglio. E tutti lo usano, nonostante la giornata non caldissima e i ventilatori che fanno il loro lavoro. Il servizio non è niente male: la musica è ottima e a livello pressoché professionale con un pastore (donna, di nuovo, di un'altezza imbarazzante) che suona i bonghi e altri strumenti esotici, la Parola che viene proclamata al centro dell'assemblea da un lettore che gira su se stesso per farsi sentire da tutti, una coppia con un pargolo piccolissimo due file davanti a me (ok, questo non c'entra nulla con il rito, va bene lo stesso). Mi presento al pastore e vado, ho un sacco di musei da vedere e cose da fare. In particolare, oggi ho in programma la collezione di strumenti e la University Art Gallery, più il museo di New Haven, con la storia del luogo, che questa domenica non fa pagare il biglietto. Faccio due isolati e la scarpa sinistra si apre in due. Benissimo, mi dico, erano proprio da buttare ormai, e adesso che faccio? Provo ad arrangiare la scarpa alla bell'e meglio e torno verso casa, visto che a metà strada ci sono alcuni negozi che possono essermi d'aiuto. Non faccio due passi che sono punto e a capo, anzi la scarpa si apre di più. Rinuncio: arrivo fino a Broadway su una scarpa sola, solo l'ultimo pezzetto è realmente un po' lurido, ma dentro il campus potrei farlo tutti i giorni. Penso che, nella stranezza della cosa, è una bella fortuna poter camminare così, scalza, senza preoccuparmi troppo: un'esperienza insolita senza dubbio. Approfitto degli sconti di un ottimo negozio di abbigliamento e materiale tecnico. Sfortunatamente non c'è molto della mia taglia, perché le cose sono davvero carine e avrei volentieri preso anche qualcosa in più.
Pranzo e poi musei come previsto: la University Art Gallery è magnifica, mi sembra incredibile che possano non far pagare un biglietto di ingresso. Il museo di New Haven, invece, è esattamente quello che mi aspettavo: la celebrazione della storia di una cittadina lungo i secoli, niente di davvero interessante, ma istruttivo per entrare nel clima del luogo. In particolare, ci sono alcune sezioni dedicati ad una rivolta di schiavi che ha poi portato al processo di integrazione, vari interni di case ricche di New Haven, una panoramica sulla storia della colonia e sulla sua vocazione marittima.
e mi dicono che devo fare la richiesta almeno per tre mesi o non se ne fa nulla. Sono andata via con la coda e le orecchie giù (ci mancava giusto il labbro che tremolava). Mi infilo dentro la Beinecke per consolarmi, e ci riesco! Il personale è gentilissimo, la registrazione davvero rapida e in breve ho quello che mi serve tra le mani. Poi rientro a casa, e oggi mi sento più inquieta dei giorni scorsi, forse mi sento un po' sola. Sono rientrata troppo presto e la sera non passa più. Fortunatamente il risveglio è molto più sereno oggi, ho scambiato due chiacchiere con la padrona di casa, c'è il sole, Star si aggira guardandomi fare colazione con delle gallette di riso alte due centimetri e della marmellata che non è male (e visto l'ultima schifezza che ho comprato da Auchan, direi che anzi è decisamente buona).
Ho consultato il primo numero della HD Newsletter, e ho letto un articolo dedicato ai suoi anni di preparazione al College: era una studentessa di carattere, benvoluta e con risultati anche molto buoni.
Ho fatto colazione in un posto qua vicino, un negozio che si chiama Au Bon Pain. Il fatto che appartenga ad una catena un po' mi disturba, ma questo mi aiuta a capire gli ingredienti delle cose in vendita, se capire si può dire, vista la quantità di strani additivi che TUTTO ha. Opto per un accattivante Bagel con i semi di papavero. Lo prendo "plain", senza strane salse o ingredienti che la mattina (nemmeno se a casa è in realtà ora di pranzo!) non vorrei mai vedere nel mio piatto. Mi compiaccio della scelta e della gustosa scoperta, l'esperimento è da ripetere. Continuo a camminare qua e là. I negozi sono per la maggiorparte ancora chiusi, ma le librerie sono già aperte, visto che quasi tutte sono anche caffè. E sono pieni di gente che approfitta delle wireless, disponibili ovunque.