martedì 22 giugno 2010

Everything

Questo fine settimana è stato assolutamente folgorante, come potete immaginare: vedere tre musei in un fine settimana (e tre musei di New York, non di Senorbì) è stata un'esperienza a metà tra il folle, lo sfiancante e il mistico. Una simile quantità e varietà di opere d'arte tutte assieme che la sera mi sembrava di fluttuare in mezzo ai colori di Van Gogh e Matisse, di Seurat e Braque, alle installazioni di artisti contemporanei, con i loro suoni e le luci... Per non parlare dei colori di domenica sera: la città stessa si è messa d'impegno per essere simile ad una vera opera d'arte, e dopo una giornata cupa e nuvolosa, ci ha regalato un tramonto eccezionale. Sul Rockefeller Center è stato davvero strabiliante!


Partiamo dal Met, il "Metropolitan Museum of Art". E da un paio di considerazioni preliminari generali: anche per i musei vale la regola della grandezza. Ci sono sempre delle mostre temporanee e molti appuntamenti culturali. Le collezioni sono sconfinate e che le sale abbiano un ordine preciso (o almeno ben chiaro, come al MoMa) oppure no, come al Met, la sensazione di perdersi è pressoché immediata. Al Met, in particolare, ho avuto la vera e propria sensazione di trovarmi in un centro commerciale.
Gallerie che finiscono in bar, gente che va e che viene in maniera totalmente casuale, chiacchiera e va su e giù senza meta in questo caos assoluto in cui tutto, e dico tutto, è rappresentato. "Rappresentato" è proprio la parola giusta, perché quello che non hanno, lo rifanno. Facciate di edifici, reperti in realtà conservati ad Atene (devo dire che, più della delusione di non essere davanti a degli originali, ho sentito il sollievo di sapere le cose nel loro giusto posto), manichini che illustrano gli stili femminili nell'ultimo secolo, camere da letto di ogni secolo. E, in ogni caso, c'è un campione di tutto: arte africana, asiatica, precolombiana, europea, americana; moderna e antica; arti applicate e scultura, pittura, armi e strumenti musicali. Tutto. Con passo marziale ho girato, se non per intero quasi, il museo in circa tre ore, rimanendo colpita, in particolare, da cose più "di nicchia" come le collezioni micenee ed etrusche, dalla luminosità di alcune gallerie, praticamente delle vetrate lungo tutti i soffitti, da enormi strumenti musicali e totem dell'Oceania. Per non parlare, a costo di essere ripetitiva, del colore, di tutti i maestri dell'arte moderna.
Una volta uscita, mi godo la 5th Avenue, costeggio Central Park fino a Broadway, apprezzando il discreto viavai di persone (turisti, ma non solo) e la sera che scende serena, dopo una bella giornata abbastanza calda e soleggiata. Central Park è una cosa sconfinata: ci sono passata dentro andando al Met, con le idee chiare. Volevo vedere "Strawberry Fields", il monumento a John Lennon, e la statua di Lewis Carrol. Invece ho passeggiato a lungo letteralmente perdendomi, incappando in altre statue di personaggi famosi, in breakdancers e statue viventi, in improvvisati tenori, in scoiattoli, in laghi e sculture, in almeno tre diverse iniziative e spettacoli, nei "Carousels" (e la musica era "italiana": That's Amore, O Sole Mio... il trionfo della macchietta) e nei pedicab. 
Sono sbucata al Met prima di volerci arrivare, ma a quel punto ho realizzato che per vedere quello che volevo avrei potuto camminare altre due ore, e ho lasciato stare. La sera, nitida com'era, ha dato un che di romantico alle carrozze parcheggiate a sud di Central Park. Sono tornata all'albergo con un po' di cibo (niente di speciale stavolta: del sushi di avocado e un dolcino), l'intenzionde di guardare tv, stremata. Per la seconda volta passo dritta di fronte all'albergo: la lobby è troppo chic per i miei standard, e anche se la camera si rivelerà non più nuovissima, l'aspetto è fatto apposta per impressionare, e la vista dalla stanza, in ogni caso, lo fa da sé (del resto, sono al nono piano).
Quattro cuscini (il letto, anche se ad una piazza e mezzo, sarebbe per due) e una notte di sasso, mi sveglia Beyoncè o chi per lei alle 6.30... Ma chi ha lasciato la radiosveglia impostata??? Mi prendo il mio tempo ed esco dall'albergo verso le 8.30, in direzione St. Patrick's Cathedral. Un po' per curiosità un po' per comodità d'orario,  ho optato per una Messa cattolica. Per i tre quarti del tempo mi trovo a riflettere su questa scelta niente affatto azzeccata, e sul perché il più delle volte trovarsi in una chiesa cattolica significhi annoiarsi di fronte a riti che puzzano di naftalina, rigidi e infelici. In realtà il prete è ok, e la predica non lunga, ma questo non cambia granché la mia sensazione. Tra l'altro qua nel linguaggio comune i cattolici sono "Roman Catholics", e questo conferma l'aura di conservatorismo che circonda questo rito (qua e non solo).
Mi aspetta il MoMa, questa bella domenica, e decido di fare un bel brunch. Entro in posto che sembra una specie di pub, ma che, una volta dentro, si rivela essere un locale fin troppo fighetto per i miei gusti. Sia come sia, faccio "colazione" con la partita dell'Italia (ho visto il gol del pareggio), tre "Buttermilk pancakes" e della frutta fresca, più del decaffeinato, necessario per abbattere le frittelle. Si tratta di una versione assassina dei pancake, con un sapore di burro da stendere un danese, che apprezzo con qualcosa tipo melassa o sciroppo d'acero, non saprei. Non arrivo alla fine: anche se ho in mente di trascorrere almeno tre-quattro ore al MoMa, non posso reggere una cosa del genere. Al MoMa ci entro verso le 11. E ne esco, bookstore incluso, verso le 16. Sono combattuta tra la tentazione di raccontare tutto e quella di arrendermi all'ineffabile. Per ora vi basti sapere che è stato il museo più bello dei tre e uno dei più belli che ho visto in tutta la vita. Ho avuto la fortuna di beccare diverse mostre di fotografia, una su Cartier-Bresson, e una di obiettivi femminili, un'installazione già presentata a Venezia, dal titolo "Days", altro Picasso dopo la mostra del Met, e una su Dora Marsden, filmaker d'avanguardia del secolo scorso.
Qua la gente viene davvero a vedere le esposizioni temporanee, e ne vale davvero la pena. Il museo, poi, è bellissimo in sé, con le audioguide gratuite, percorsi leggibili ma non obbligati, opere d'arte di ogni tipo, con un occhio particolare al design e al contemporaneo (il che non vuol dire che le collezioni permanenti non siano meno ricche o belle). Mi precipito al Guggenheim (o almeno ci provo, visto che sbaglio fermata due volte, prima per prendere il bus e poi per scendere), dove trovo una mostra dal titolo "Haunted": una cosa di un ansiogeno pazzesco, dedicata alla rappresentazione della memoria e dell'assenza nell'arte contemporanea. Molte sono videoproiezioni, quindi il tutto è avvolto nella penombra, cosa che rende ulteriormente inquietanti le foto di spazzatura, di gente che si taglia con una lametta, di ragazzine morte, i video di persone immobili o di "mangiatori di unghie" o di paranoici che raccontano le proprie fobie in loop. 
 Ho a malapena goduto della "rotunda", la balconata che sale verso il soffitto a spirale, e in un'ora circa ho visto tutto e sono letteralmente fuggita.
Pausa shopping, obbligata, a New York, e visto che la mole di cose viste e percepite ha bisogno di essere metabolizzata un po'. Mi rinfranca, finalmente, il sole: già pregusto la salita sul Rockefeller Center, e a ragione.

Un ascensore di qualche minuto (con tanto di lucine e suoni che ti danno l'impressione di andare in orbita) e sono in cima: il rosa e celeste del tramonto è fenomenale, se non unico, da qua si vede tutto. Faccio foto compulsivamente, guardo dal binocolo la Statua della Libertà e il ponte di Brooklyn, mi godo l'aria e l'atmosfera. Domenica ho incontrato un'imbarazzante quantità di italiani, e quassù non fa eccezione. Scendo quando finalmente ne ho abbastanza, sulla via della Grand Central. Un Bretzel e il treno. Hippolytus Temporizes mi tiene compagnia durante il viaggio, che passa abbastanza in fretta. Dulcis in fundo, tenetevi forte, lo stesso tassista sordo della settimana scorsa!

3 commenti:

  1. Ma sul serio sei riuscita a trovare un treno economico? Erano sempre costossissimi quando ero là e dunque viaggiavo sui bus Greyhound...

    Grazie per l'incredibile racconto di New York: è proprio come me la ricordo!

    Strano il tuo commento sul cattolicesimo americano che notoriamente ha dei riti molto meno ingessati di molte chiese protestanti, ragione per la quale andavo dai protestanti (mainline, sia chiaro!). Credo che il rito fosse così semplicemente perché ti trovavi in una delle 4-5 cattedrali più importanti del mondo... Troppo buia comunque, St. Patrick: sarò pure un ignorante ma non mi è piaciuta.

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  2. Credo di aver semplicemente beccato una Messa per turisti in una cattedrale grande, buia, appunto, e affollata. Non so, come andare a S. Antonio?

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