E invece eccomi qui, senza frenesia, a scrivere ancora un po' nei 15 minuti rimasti prima del rush finale. Mi hanno svegliata alle 5.30, e anche se sono riuscita a non alzarmi prima delle 6.15, era comunque molto presto. Ieri ho fatto la valigia, quasi del tutto, prima di andare a dormire, quindi stamattina, a parte togliere le lenzuola e fare colazione (un bell'avocado, poi gallette di riso alla cannella e mela - stavo iniziando a comprare cibi aromatizzati... è davvero tempo di partire!). E' la valigia fatta peggio della mia storia, ma questa volta mi sono rifiutata di farla più di una volta soltanto. Si chiude. Se ho chili in eccesso non è diventando isterica che risolverò il problema, e in ogni caso poteva essere più pesante. Tutto è prenotato, il mio unico rammarico è che probabilmente sarò irraggiungibile fino a Padova, visto il problema con cellulari e prese, ma spero andrà tutto bene. Stamattina, a parte godermi l'old campus e il sole, ho in programma di vedere le ultime cose rimaste, sia alla Sterling, che apre tra 11 minuti, che alla Beinecke. Poi un saluto veloce a Maria, e si parte.
Cosa mi porterò via, a parte i chili nella valigia, si intende? Random:
- una consolidata passione per il cibo thai, il sushi vegetariano, l'avocado
- una chiara percezione delle barriere sociali: chi ha il badge di Yale e chi no
- un sacco di confusione linguistica in testa e sulla lingua (questi ultimi giorni ho cominciato a intermezzare i miei discorsi in inglese con parole in italiano, senza accorgermene)
- un sacco di amore onnicomprensivo (questo c'era già in partenza, ma ora abbraccia più di un continente!)
- la coscienza di avere già un lavoro... bisogna solo trovare il modo di farsi pagare farlo...
- la voglia di tornare (con moderazione)
- lo stupore per il verde e per le città, per le mille genti diverse e per le espressioni, che all'inizio sembrano indecifrabili e alla fine sono perfettamente chiare (o quasi)
- la voglia di tornare (a casa)
- bere ovunque e qualunque cosa
- una certo disagio per l'impatto ambientale del mio viaggio (e in generale dello stile di vita degli americani... mangiando take away così spesso è impensabile non produrre incredibili quantità di spazzatura)
- la voglia di continuare a lavorare sodo anche a Padova:
questo mi ricorda che mancano due minuti all'apertura della Sterling, quindi pubblico, buona lettura, aspettatevi ancora qualche postumo (non ho pubblicato tutte le foto), ma ormai siamo davvero agli sgoccioli. Pensatemi, se avete voglia, e un abbraccio a tutti!
mercoledì 30 giugno 2010
martedì 29 giugno 2010
Countdown
Scrivo questo post rubandolo, letteralmente, alla Beinecke, tra un libro e l'altro. Ho un'enorme voglia di scrivere, ma un po' il poco tempo, un po' il fatto di non avere la connessione in camera rendono tutto piuttosto complicato. In ogni caso, siamo quasi alla fine e onestamente non so se riuscirò a scrivere ancora prima di essere in Italia.
Questi giorni sono estremamente produttivi. Come spesso capita quando si è alle strette (io, sfortunatamente, sono una di quelle che risente molto del lavoro sotto pressione, ma che di una certa pressione ha bisogno per essere produttiva) questi giorni sono davvero molto intensi. Ero convinta che avrei passato queste ultime giornate sfogliando freneticamente libri, scribacchiando come una matta, contando i minuti... Invece sono piuttosto serena, leggo e scrivo e metto a fuoco, e soprattutto cerco di non gettare nemmeno un'occasione di passare del tempo con le persone che ho conosciuto qua, da Kate, ai ragazzi, Maria ma non solo. Ieri, io e Nicole abbiamo fatto un po' di spese al centro commerciale, ha fatto bene sia a me che a lei, ed è stato piuttosto carino e divertente. Continuo ad avere un'idea scettica della moda negli Stati Uniti, si vedono ovunque camiciole e vestitini che avrei (forse) vestito volentieri negli anni 60 - se ci fossi stata, of course - o ad otto anni, ma qualcosa ho pur comprato, non so se per effetto della permanenza, e quindi per assuefazione, o se perché nel mucchio ho pur trovato qualcosa di carino. La gita di ieri sera è nata così, in maniera piuttosto estemporanea, e sono stata contenta che Nicole ne abbia avuto voglia. Questa settimana il compleanno l'ha festeggiato lei e domenica siamo stati in un locale dove facevano anche delle specialità italiane, tra cui pizza e "bruscetta". Il livello delle cose servite era da pub e non da ristorante, ma mi sono incuriosita e ho assaggiato un po' di pizza. L'impasto, a parte che era incredibilmente bruciato non era male, quello che era strano davvero era il formaggio, una cosa di un salato abbastanza sconvolgente. Ma l'aspetto della "bruscetta" non era male. Eravamo una dozzina di persone, la sera, e tutti ci conoscevamo solo a gruppetti, quindi non è stato difficile socializzare. Tantopiù che si continua a confermare la regola che gli Americani non esistono, o non sei davvero americano se non sei almeno un po' meticcio. Così ho conosciuto colombiani, russi, rumeni o armeni che fosse, filippini ebrei indiani canadesi (le virgole non me le sono dimenticate), ucraini... E chi più ne ha più ne metta. Unico punto in comune per i due terzi della tavolata: studiare fisica! Non so com'è che mi trovo sempre fra scienziati, da una parte del mondo e dall'altra. Forse è una normale, spontanea, reazione alla fuffologia di noi umanisti. In ogni caso, la serata è stata incredibilmente piacevole, spontanea, serena. C'è stata la torta, le candeline, la canzone, e tutto il resto anche per Nicole, e lei era contenta. E tutti noi pure. Eravamo persone tutte diversissime, ma questo non ci ha impedito di trascorrere una serata tranquilla e molto piacevole. Stasera tre su tre con una cena thai per dirci arrivederci. Non voglio pensare che sia un addio, e in ogni caso, qualunque cosa succeda, queste persone le avrò sempre nel cuore, sarà con loro che avrò vissuto questa esperienza unica e irripetibile. Melenso o no, è la verità, e sono contenta di aver avuto l'animo (oltre che la possibilità) di cogliere tutto questo. E torno con un senso di responsabilità e una gioia ancora maggiore nei confronti di chi mi aspetta a casa, perché questa fortuna è una fortuna che ho ogni giorno.
Contemporaneamente spingo forte il lavoro. Ho avuto paura di essere venuta qui a perdere tempo per tutta la settimana scorsa e più, ma vedere come le cose stanno in qualche modo prendendo concretezza ora che, avendo visto tutto questo materiale, sono in grado di gestirlo almeno quel minimo per buttare giù qualcosa, è davvero confortante. Non che non stia chiedendo un volume dopo l'altro né scribacchiando, ma qualcosa ho anche potuto inviare ai relatori, e anche se entrambi hanno risposto di essere troppo occupati per leggerlo, è comunque una soddisfazione. Ho lavorato su un po' di greco, anche, e il tempo che ci ho messo ad arrivare a questo punto pensavo fosse indice (un'altra volta) dell'inesorabilità della sterzata. Non è così neanche quanto a questo, anche se mi sembra di fare più fatica ogni anno che passa, ma essere in grado, in qualche maniera, di riprendere in mano il greco mi fa sempre sentire un po' a casa e soddisfatta. E mi sono fatta l'idea che per quanto personale, non era certo naif il suo, di approccio al greco. Mi sento messa a parte di qualcosa, nell'arrivare a questa conclusione, anche se quello che sto vedendo ha a che fare con Ippolito solo in maniera marginale e occasionale.
E inizio a pensare al bagaglio... avevo sei-sette chili di margine, sono certa di averli presi, vediamo se ho anche sforato.
Questi giorni sono estremamente produttivi. Come spesso capita quando si è alle strette (io, sfortunatamente, sono una di quelle che risente molto del lavoro sotto pressione, ma che di una certa pressione ha bisogno per essere produttiva) questi giorni sono davvero molto intensi. Ero convinta che avrei passato queste ultime giornate sfogliando freneticamente libri, scribacchiando come una matta, contando i minuti... Invece sono piuttosto serena, leggo e scrivo e metto a fuoco, e soprattutto cerco di non gettare nemmeno un'occasione di passare del tempo con le persone che ho conosciuto qua, da Kate, ai ragazzi, Maria ma non solo. Ieri, io e Nicole abbiamo fatto un po' di spese al centro commerciale, ha fatto bene sia a me che a lei, ed è stato piuttosto carino e divertente. Continuo ad avere un'idea scettica della moda negli Stati Uniti, si vedono ovunque camiciole e vestitini che avrei (forse) vestito volentieri negli anni 60 - se ci fossi stata, of course - o ad otto anni, ma qualcosa ho pur comprato, non so se per effetto della permanenza, e quindi per assuefazione, o se perché nel mucchio ho pur trovato qualcosa di carino. La gita di ieri sera è nata così, in maniera piuttosto estemporanea, e sono stata contenta che Nicole ne abbia avuto voglia. Questa settimana il compleanno l'ha festeggiato lei e domenica siamo stati in un locale dove facevano anche delle specialità italiane, tra cui pizza e "bruscetta". Il livello delle cose servite era da pub e non da ristorante, ma mi sono incuriosita e ho assaggiato un po' di pizza. L'impasto, a parte che era incredibilmente bruciato non era male, quello che era strano davvero era il formaggio, una cosa di un salato abbastanza sconvolgente. Ma l'aspetto della "bruscetta" non era male. Eravamo una dozzina di persone, la sera, e tutti ci conoscevamo solo a gruppetti, quindi non è stato difficile socializzare. Tantopiù che si continua a confermare la regola che gli Americani non esistono, o non sei davvero americano se non sei almeno un po' meticcio. Così ho conosciuto colombiani, russi, rumeni o armeni che fosse, filippini ebrei indiani canadesi (le virgole non me le sono dimenticate), ucraini... E chi più ne ha più ne metta. Unico punto in comune per i due terzi della tavolata: studiare fisica! Non so com'è che mi trovo sempre fra scienziati, da una parte del mondo e dall'altra. Forse è una normale, spontanea, reazione alla fuffologia di noi umanisti. In ogni caso, la serata è stata incredibilmente piacevole, spontanea, serena. C'è stata la torta, le candeline, la canzone, e tutto il resto anche per Nicole, e lei era contenta. E tutti noi pure. Eravamo persone tutte diversissime, ma questo non ci ha impedito di trascorrere una serata tranquilla e molto piacevole. Stasera tre su tre con una cena thai per dirci arrivederci. Non voglio pensare che sia un addio, e in ogni caso, qualunque cosa succeda, queste persone le avrò sempre nel cuore, sarà con loro che avrò vissuto questa esperienza unica e irripetibile. Melenso o no, è la verità, e sono contenta di aver avuto l'animo (oltre che la possibilità) di cogliere tutto questo. E torno con un senso di responsabilità e una gioia ancora maggiore nei confronti di chi mi aspetta a casa, perché questa fortuna è una fortuna che ho ogni giorno.
Contemporaneamente spingo forte il lavoro. Ho avuto paura di essere venuta qui a perdere tempo per tutta la settimana scorsa e più, ma vedere come le cose stanno in qualche modo prendendo concretezza ora che, avendo visto tutto questo materiale, sono in grado di gestirlo almeno quel minimo per buttare giù qualcosa, è davvero confortante. Non che non stia chiedendo un volume dopo l'altro né scribacchiando, ma qualcosa ho anche potuto inviare ai relatori, e anche se entrambi hanno risposto di essere troppo occupati per leggerlo, è comunque una soddisfazione. Ho lavorato su un po' di greco, anche, e il tempo che ci ho messo ad arrivare a questo punto pensavo fosse indice (un'altra volta) dell'inesorabilità della sterzata. Non è così neanche quanto a questo, anche se mi sembra di fare più fatica ogni anno che passa, ma essere in grado, in qualche maniera, di riprendere in mano il greco mi fa sempre sentire un po' a casa e soddisfatta. E mi sono fatta l'idea che per quanto personale, non era certo naif il suo, di approccio al greco. Mi sento messa a parte di qualcosa, nell'arrivare a questa conclusione, anche se quello che sto vedendo ha a che fare con Ippolito solo in maniera marginale e occasionale.
E inizio a pensare al bagaglio... avevo sei-sette chili di margine, sono certa di averli presi, vediamo se ho anche sforato.
domenica 27 giugno 2010
Updates
Non mi andrebbe tanto di scrivere un post per le quattro cose che vi sto per dire, ma visto che non ho la connessione fissa in questi giorni e fatico a comunicare con voi, lo faccio lo stesso.
In sostanza le notizie sono: ho fatto il TOEFL è andato bene ma non benissimo, non sono molto soddisfatta. Avevo dimenticato quanto fosse lungo, non tanto per la stanchezza, che è stata relativamente gestibile, quanto per la varietà delle domande proposte. E visto che sono così tante è impossibile non sbagliare per motivi stupidi. Comunque eravamo cinque o sei persone, il posto era confortevole (la poltrona era talmente comoda che scendeva completamente all'indietro!) ed è stato divertente tutto il meccanismo di registrazione, foto e così via. Sul test non posso dire niente, visto che ho firmato un accordo di riservatezza (non sia mai! e in ogni caso, non sarebbe di nessun interesse raccontarvi gli argomenti stupidi che ho avuto), ma dico solo che c'era MOLTA più geologia di quanto mi sarei augurata. In ogni caso, è andata, e nella peggiore delle ipotesi sarà al livello della mia prima simulazione, abbastanza soddisfacente anche se non ottimo. Ho sempre il writing di cui poter essere orgogliosa, e due buone prime domande di speaking.
Per il resto: girello e leggo e studio. Avevo ragione sul clima della casa, Kate sta affrontando un problema dopo l'altro, e anche se rimane sempre molto gentile la pesantezza dell'aria si sente. Dico solo che Star non è stata portata "a dormire" questa settimana perché non pensava di reggere anche questa... Questo mi fa sentire ancora di più la nostalgia di casa e la gran voglia di tornare! Anche se mi sento indietro sulla tesi, sento il naturale compimento di questo periodo, e forse, in un certo senso, quella più difficile è stata la parte centrale.
Penso a tutti voi, se avete richieste particolari finché sono qui e le posso esaudire, fatele senza vergogna, vedrò se si potranno soddisfare.
Per chiudere con una nota di colore: aggiungo al catalogo delle cose che non farò mai più "comprare - e mangiare - un everything bagel". Nel "tutto" è incluso un tremendo aroma di cipolla bruciata che ancora non ha abbandonato il mio zaino. E anche se ogni tanto cedo a Dunkin' Donuts (in fin dei conti un "plain bagel" non ha niente di cui preoccuparsi troppo), non ho ancora preso niente da Starbucks', io li trovo veramente dei posti squallidi. In compenso, sono stata tentata di cedere anche al Mc Donald. L'odore mi ha prontamente dissuasa.
In sostanza le notizie sono: ho fatto il TOEFL è andato bene ma non benissimo, non sono molto soddisfatta. Avevo dimenticato quanto fosse lungo, non tanto per la stanchezza, che è stata relativamente gestibile, quanto per la varietà delle domande proposte. E visto che sono così tante è impossibile non sbagliare per motivi stupidi. Comunque eravamo cinque o sei persone, il posto era confortevole (la poltrona era talmente comoda che scendeva completamente all'indietro!) ed è stato divertente tutto il meccanismo di registrazione, foto e così via. Sul test non posso dire niente, visto che ho firmato un accordo di riservatezza (non sia mai! e in ogni caso, non sarebbe di nessun interesse raccontarvi gli argomenti stupidi che ho avuto), ma dico solo che c'era MOLTA più geologia di quanto mi sarei augurata. In ogni caso, è andata, e nella peggiore delle ipotesi sarà al livello della mia prima simulazione, abbastanza soddisfacente anche se non ottimo. Ho sempre il writing di cui poter essere orgogliosa, e due buone prime domande di speaking.
Per il resto: girello e leggo e studio. Avevo ragione sul clima della casa, Kate sta affrontando un problema dopo l'altro, e anche se rimane sempre molto gentile la pesantezza dell'aria si sente. Dico solo che Star non è stata portata "a dormire" questa settimana perché non pensava di reggere anche questa... Questo mi fa sentire ancora di più la nostalgia di casa e la gran voglia di tornare! Anche se mi sento indietro sulla tesi, sento il naturale compimento di questo periodo, e forse, in un certo senso, quella più difficile è stata la parte centrale.
Penso a tutti voi, se avete richieste particolari finché sono qui e le posso esaudire, fatele senza vergogna, vedrò se si potranno soddisfare.
Per chiudere con una nota di colore: aggiungo al catalogo delle cose che non farò mai più "comprare - e mangiare - un everything bagel". Nel "tutto" è incluso un tremendo aroma di cipolla bruciata che ancora non ha abbandonato il mio zaino. E anche se ogni tanto cedo a Dunkin' Donuts (in fin dei conti un "plain bagel" non ha niente di cui preoccuparsi troppo), non ho ancora preso niente da Starbucks', io li trovo veramente dei posti squallidi. In compenso, sono stata tentata di cedere anche al Mc Donald. L'odore mi ha prontamente dissuasa.
venerdì 25 giugno 2010
Restrooms
Sono costretta a scrivere offline, e solo domani potrò pubblicare il post: anche in questo paese dall'onnipresente free wireless, ogni tanto capita che il router salti, e la connessione per stasera è andata.
“Restroom” è il nome civile per indicare la toilette in America. Ebbene sì, questo è un post che parlerà di bagni. Ho avuto la tentazione di scriverlo fin dal primo momento, ma mi è sembrato ridicolo è anche un po' psicotico, quindi non l'ho fatto. Ero sconvolta dalla struttura del water in sé, in primo luogo: l'acqua che ci rimane dentro anche quando è pulito e funzionante è molto più alta che da noi, con il risultato che, avendo visto la prima volta una cosa del genere appena arrivata nella casa qua, mi sono detta: ecco, anche il water intasato la prima sera, che fortuna sfacciata. La mattina dopo ho usato il bagno, e tutto sommato non è successo niente. Se si esclude il disagio di sedersi su una ciambella soffice e rosa (non sto scherzando!) montata su una ceramica azzurra... direi che era tutto a posto. Il meccanismo per cui la levetta di fianco crea un vuoto che risucchia tutto e poi riempie di nuovo mi è diventato familiare abbastanza in fretta. Poi sono venuti i bagni della Beinecke. Quello che mi colpisce qua è il livello minimo di privacy che si accorda a chi usa il bagno, impressione confermata anche visitando le restrooms di ristoranti, per esempio: le pareti dei singoli bagni rimangono molto alte rispetto a terra, e ogni tanto mi sembra di essere tornata alle elementari, dove l'unica privacy era il non vedersi in faccia. Così è qua, e anche le porte hanno la stessa funzione di base di segnalare la presenza di qualcuno una volta chiuse, più che di celare o garantire intimità. In compenso, alla Beinecke, i bagni sono veramente ampi, provvisti di ogni comfort, dai copri sedili (in ogni caso, probabilmente se ne potrebbe felicemente fare a meno), ad abbondante carta igienica, per non parlare delle salviette che escono automaticamente sventolando la mano davanti alla macchina, e al distributore di oggetti di prima necessità per una signora (ed eventuali partner). Lo standard è molto alto dappertutto: non è solo la biblioteca di lusso a garantire un'esperienza confortevole e serena. Un po' dappertutto, nonostante la possibilità di trovare bagni più piccoli, scomodi o vecchi, ci saranno gli stessi accessori e la stessa rassicurante pulizia. E qui arriviamo al perché ho deciso di scriverlo, questo post curioso: mi sono fatta l'idea che se vuoi capire esattamente quanto è civile un paese, è i bagni pubblici che devi guardare, non le case, non i giardini, non la dimensione delle macchine. Solo un paese in cui la gente rispetta profondamente un servizio fondamentale e condiviso come sono i bagni può dirsi veramente civile. Anche la pulizia delle strade, o in generale il rispetto di ciò che è comune vale come indicatore, ma credo che per le toilette la cosa sia ancora più significativa, visto che si tratta, appunto, di qualcosa di davvero delicato ed intimo. Senza voler fare retorica o considerazioni generiche, lasciatemi notare che in Italia i bagni pubblici sono sempre sporchi, ovunque. Qua e là nel campus ci sono addirittura dei fasciatoi, come spesso si vede nei bagni degli aeroporti. E le fontanelle di acqua potabile, ovunque. (Questo mi rimanda ad un'altra cosa simpatica degli americani, o almeno di quelli che vedo qua: hanno sempre qualcosa da bere in mano: che sia una borraccia, un bicchiere di caffè, un contenitore di qualunque tipo, magari con una cannuccia e tanta schiuma, come quello di uno smoothie, nessuno si stupisce di vederti in mano con la bevanda pronta). E sull'idratazione, dunque, confermo quanto mi era stato anticipato prima della partenza.
Per il resto, muoio dalla voglia di scrivervi un mega post con foto a proposito del Moma, ma ancora non ce la faccio proprio; qua continua ad alternare caldo incredibile a temporali violentissimi ed improvvisi (mi hanno confermato che anche qua questo è normalmente il tempo di agosto inoltrato e non di giugno... mi chiedo cosa ci aspetta al campo...) oggi sono rientrata abbastanza tardi ma la giornata è stata lunghissima, e il cielo era ancora relativamente chiaro anche dopo le nove. Che sia stato oggi in realtà il solstizio?
In biblioteca sto esaminando molto materiale, ma sto riuscendo abbastanza a tenere il filo del discorso, e nei prossimi giorni, appena passata l'urgenza del test di inglese, conto di far precipitare un bel po' di idee e letture in qualcosa di scritto e tangibile.
Non andrò a Boston questa domenica, salvo ripensamenti improvvisi: è troppo lontano, e mi sento già sufficientemente cotta senza sei ore aggiuntive di bus.
Ho seguito la partita dell'Italia praticamente in diretta. Non credo di avere molto da esprimere, se non il divertimento di osservare gli stati di facebook nel loro evolversi durante il match. Altre cose importanti (e molto): ho parlato con il direttore del dipartimento di Letterature Comparate: da un lato mi ha confermato una visione molto aperta che avevo delle cose qua, dall'altra è stato molto franco con me, e letteratura comparata significa molte letterature nazionali, sarebbe meglio se sapessi, per esempio, il francese. A me piace l'impostazione americana, ma non voglio mettermi a fare cose che non mi appartengono. Vedrò le possibilità in altri dipartimenti e altri campus, ma se le cose stanno così, ahimè, si tratterà di lavorare sodo per avere il posto a Padova, dove – chi l'avrebbe mai detto? forse c'è davvero la possibilità di fare quello che voglio fare adesso, e come voglio. L'America mi sembra molto più praticabile con qualche Fellowship che per un programma devastante di cinque anni. Ma vedremo.
“Restroom” è il nome civile per indicare la toilette in America. Ebbene sì, questo è un post che parlerà di bagni. Ho avuto la tentazione di scriverlo fin dal primo momento, ma mi è sembrato ridicolo è anche un po' psicotico, quindi non l'ho fatto. Ero sconvolta dalla struttura del water in sé, in primo luogo: l'acqua che ci rimane dentro anche quando è pulito e funzionante è molto più alta che da noi, con il risultato che, avendo visto la prima volta una cosa del genere appena arrivata nella casa qua, mi sono detta: ecco, anche il water intasato la prima sera, che fortuna sfacciata. La mattina dopo ho usato il bagno, e tutto sommato non è successo niente. Se si esclude il disagio di sedersi su una ciambella soffice e rosa (non sto scherzando!) montata su una ceramica azzurra... direi che era tutto a posto. Il meccanismo per cui la levetta di fianco crea un vuoto che risucchia tutto e poi riempie di nuovo mi è diventato familiare abbastanza in fretta. Poi sono venuti i bagni della Beinecke. Quello che mi colpisce qua è il livello minimo di privacy che si accorda a chi usa il bagno, impressione confermata anche visitando le restrooms di ristoranti, per esempio: le pareti dei singoli bagni rimangono molto alte rispetto a terra, e ogni tanto mi sembra di essere tornata alle elementari, dove l'unica privacy era il non vedersi in faccia. Così è qua, e anche le porte hanno la stessa funzione di base di segnalare la presenza di qualcuno una volta chiuse, più che di celare o garantire intimità. In compenso, alla Beinecke, i bagni sono veramente ampi, provvisti di ogni comfort, dai copri sedili (in ogni caso, probabilmente se ne potrebbe felicemente fare a meno), ad abbondante carta igienica, per non parlare delle salviette che escono automaticamente sventolando la mano davanti alla macchina, e al distributore di oggetti di prima necessità per una signora (ed eventuali partner). Lo standard è molto alto dappertutto: non è solo la biblioteca di lusso a garantire un'esperienza confortevole e serena. Un po' dappertutto, nonostante la possibilità di trovare bagni più piccoli, scomodi o vecchi, ci saranno gli stessi accessori e la stessa rassicurante pulizia. E qui arriviamo al perché ho deciso di scriverlo, questo post curioso: mi sono fatta l'idea che se vuoi capire esattamente quanto è civile un paese, è i bagni pubblici che devi guardare, non le case, non i giardini, non la dimensione delle macchine. Solo un paese in cui la gente rispetta profondamente un servizio fondamentale e condiviso come sono i bagni può dirsi veramente civile. Anche la pulizia delle strade, o in generale il rispetto di ciò che è comune vale come indicatore, ma credo che per le toilette la cosa sia ancora più significativa, visto che si tratta, appunto, di qualcosa di davvero delicato ed intimo. Senza voler fare retorica o considerazioni generiche, lasciatemi notare che in Italia i bagni pubblici sono sempre sporchi, ovunque. Qua e là nel campus ci sono addirittura dei fasciatoi, come spesso si vede nei bagni degli aeroporti. E le fontanelle di acqua potabile, ovunque. (Questo mi rimanda ad un'altra cosa simpatica degli americani, o almeno di quelli che vedo qua: hanno sempre qualcosa da bere in mano: che sia una borraccia, un bicchiere di caffè, un contenitore di qualunque tipo, magari con una cannuccia e tanta schiuma, come quello di uno smoothie, nessuno si stupisce di vederti in mano con la bevanda pronta). E sull'idratazione, dunque, confermo quanto mi era stato anticipato prima della partenza.
Per il resto, muoio dalla voglia di scrivervi un mega post con foto a proposito del Moma, ma ancora non ce la faccio proprio; qua continua ad alternare caldo incredibile a temporali violentissimi ed improvvisi (mi hanno confermato che anche qua questo è normalmente il tempo di agosto inoltrato e non di giugno... mi chiedo cosa ci aspetta al campo...) oggi sono rientrata abbastanza tardi ma la giornata è stata lunghissima, e il cielo era ancora relativamente chiaro anche dopo le nove. Che sia stato oggi in realtà il solstizio?
In biblioteca sto esaminando molto materiale, ma sto riuscendo abbastanza a tenere il filo del discorso, e nei prossimi giorni, appena passata l'urgenza del test di inglese, conto di far precipitare un bel po' di idee e letture in qualcosa di scritto e tangibile.
Non andrò a Boston questa domenica, salvo ripensamenti improvvisi: è troppo lontano, e mi sento già sufficientemente cotta senza sei ore aggiuntive di bus.
Ho seguito la partita dell'Italia praticamente in diretta. Non credo di avere molto da esprimere, se non il divertimento di osservare gli stati di facebook nel loro evolversi durante il match. Altre cose importanti (e molto): ho parlato con il direttore del dipartimento di Letterature Comparate: da un lato mi ha confermato una visione molto aperta che avevo delle cose qua, dall'altra è stato molto franco con me, e letteratura comparata significa molte letterature nazionali, sarebbe meglio se sapessi, per esempio, il francese. A me piace l'impostazione americana, ma non voglio mettermi a fare cose che non mi appartengono. Vedrò le possibilità in altri dipartimenti e altri campus, ma se le cose stanno così, ahimè, si tratterà di lavorare sodo per avere il posto a Padova, dove – chi l'avrebbe mai detto? forse c'è davvero la possibilità di fare quello che voglio fare adesso, e come voglio. L'America mi sembra molto più praticabile con qualche Fellowship che per un programma devastante di cinque anni. Ma vedremo.
giovedì 24 giugno 2010
Take Care
E' un'espressione che viene usata da queste parti, di solito come saluto, quando vogliono augurarti di "aver cura di te". In realtà è un'espressione abbastanza convenzionale, ma quando mi è capitato di sentirla mi ha stupito come qualcosa di inaspettato. E' quello che mi ha detto Sara la sera che pensavo di tornare con lei ma lei non è riuscita a contattarmi, è quello che mi ha detto Maria quando ha preso il taxi prima di me la domenica della visita a New York, è quello che mi ha detto ieri sera l'agente della Sicurezza di Yale che ha chiamato il taxi per me. E' un'espressione semplice, ma efficace. "Take Care" è quello che sto cercando di fare in questi giorni: il caldo si alterna ai temporali, ancora, e l'euforia per il lavoro ad una ingestibile stanchezza, unita ad una certa insoddisfazione e alla sensazione che le giornate siano insieme troppo lunghe e troppo brevi, e troppo uguali. Probabilmente mi sono solo lasciata prendere un po' dalla frenesia di andare avanti ad ogni costo, ho dormito un po' meno del necessario, ho pianificato poco il mio lavoro. Forse è solo la malinconia per la partenza imminente o il clima nella casa qua che è veramente altalenante, e io non so proprio cosa pensare. Ma non mi piace molto questo stato di cose, e cerco di "avere cura di me". Oggi, per esempio, ho riposato un'oretta prima di cena, anziché fare il bis di biblioteca, e mi sono dedicata un po' all'inglese. Come ho detto più volte nella realtà mi sento spesso una stupida, e le difficoltà sono a volte grosse, ma di fronte al computer è abbastanza chiaro che il mio livello è salito, e se avrò la fermezza di non perdere la calma per tutto quel tempo (il TOEFL dura quattro ore), l'esame di sabato sarà positivo. Ho avuto gli incubi su questo test, stanotte (ok, erano molto inverosimili, c'era un'istruttrice cinese o coreana che pretendeva che ci recassimo ai computer con una specie di coreografia da parata) e ho probabilmente la sensazione di stare facendo, adesso, delle cose non solo importanti, ma determinanti per il mio futuro. Domani, per esempio, parlerò con Pericles Lewis, il responsabile della Graduate School per il dipartimento di Comparative Literature. Certo, non mi sta facendo un colloquio, ma comunque ho il timore di fare una figuraccia. Stessa sensazione un paio di giorni fa, con la curatrice della collezione americana alla Beinecke: la voglia di avere delle risposte, la sensazione di essere ad un passo da cose importanti, e i limiti di farlo in questa situazione "volante", in cui mi sento entusiasta, certo, ma anche molto insicura e vulnerabile.

"Take care" è stato anche, ieri sera, andare a sentire un concerto alla Battell Chapel: un coro irlandese, maschile, di 30 bambini e 10 adulti. La direttrice era una donna corpulenta che si agitava come se il coro dovesse ad un certo punto caricare il pubblico, invece di cantare. Il programma mi era noto per un terzo almeno (Byrd, Palestrina...) il resto erano compositori inglesi, con qualcosa di moderno. Se avessero fatto anche Byrd e Palestrina con il trasporto delle cose moderne, sarebbe stato senz'altro più bello, ma il livello era alto, anche se non straordinario, ma forse è solo lo stile, che non mi piace molto. Ho apprezzato molto, forse di più, gli adulti da soli, e i solisti, che avevano delle voci incredibili. In ogni caso, bello, ci voleva, e quel tipo di musica mi fa sentire un po' più a casa.
Per il resto, continuo a mangiare qua e là: visto che New Haven è famosa per il cibo mi fa piacere provare, e anche se ogni tanto esagero e non riesco a non finirmi delle porzioni spropositate che mi portano, ho l'opportunità di assaggiare cose davvero buone come il pad thai di oggi, servito in un lunchbox che purtroppo non ho potuto fotografare, con insalata, salsa, frutta, e della zuppa di latte cocco. Niente male davvero.
Altre curiosità, giusto perché non pensiate che mi sto avvizzendo sui manoscritti. Oggi ho esaminato a lungo un libro in cinque volumi sulle divinità della Grecia. Era pieno di simboli, a margine: ogni volta che H.D. trovava qualcosa di attinente ad un segno zodiacale o al temperamento di un certo pianeta, ne ha disegnato il corrispondente simbolo a margine. Così mi sto rendendo conto con esattezza di dove ha presso le sue a volte originali convinzioni sugli dei antichi, e come le ha messe in relazione con altri saperi (per lei lo erano senza ombra di dubbio) come l'astrologia (ma "scientifica", ho visto un suo manuale e mi è quasi venuta voglia di farmi fare un oroscopo) e l'ermetismo. In tutto questo non ho ancora capito da dove ha tirato fuori le pantere associate ad Artemide...
In ogni caso, tra pensieri personali e dati tecnici, probabilmente questo post vi starà annoiando, avevo deciso di non scriverlo ma mi fa piacere condividere quello che accade, anche se è un po' più lirico o tecnico del solito, voi portate pazienza. And take care, all of you, chi commenta e chi legge soltanto, chi aspetta una mail ogni giorno, chi va e chi viene e chi ha gli esami...

"Take care" è stato anche, ieri sera, andare a sentire un concerto alla Battell Chapel: un coro irlandese, maschile, di 30 bambini e 10 adulti. La direttrice era una donna corpulenta che si agitava come se il coro dovesse ad un certo punto caricare il pubblico, invece di cantare. Il programma mi era noto per un terzo almeno (Byrd, Palestrina...) il resto erano compositori inglesi, con qualcosa di moderno. Se avessero fatto anche Byrd e Palestrina con il trasporto delle cose moderne, sarebbe stato senz'altro più bello, ma il livello era alto, anche se non straordinario, ma forse è solo lo stile, che non mi piace molto. Ho apprezzato molto, forse di più, gli adulti da soli, e i solisti, che avevano delle voci incredibili. In ogni caso, bello, ci voleva, e quel tipo di musica mi fa sentire un po' più a casa.
Per il resto, continuo a mangiare qua e là: visto che New Haven è famosa per il cibo mi fa piacere provare, e anche se ogni tanto esagero e non riesco a non finirmi delle porzioni spropositate che mi portano, ho l'opportunità di assaggiare cose davvero buone come il pad thai di oggi, servito in un lunchbox che purtroppo non ho potuto fotografare, con insalata, salsa, frutta, e della zuppa di latte cocco. Niente male davvero.
Altre curiosità, giusto perché non pensiate che mi sto avvizzendo sui manoscritti. Oggi ho esaminato a lungo un libro in cinque volumi sulle divinità della Grecia. Era pieno di simboli, a margine: ogni volta che H.D. trovava qualcosa di attinente ad un segno zodiacale o al temperamento di un certo pianeta, ne ha disegnato il corrispondente simbolo a margine. Così mi sto rendendo conto con esattezza di dove ha presso le sue a volte originali convinzioni sugli dei antichi, e come le ha messe in relazione con altri saperi (per lei lo erano senza ombra di dubbio) come l'astrologia (ma "scientifica", ho visto un suo manuale e mi è quasi venuta voglia di farmi fare un oroscopo) e l'ermetismo. In tutto questo non ho ancora capito da dove ha tirato fuori le pantere associate ad Artemide...
In ogni caso, tra pensieri personali e dati tecnici, probabilmente questo post vi starà annoiando, avevo deciso di non scriverlo ma mi fa piacere condividere quello che accade, anche se è un po' più lirico o tecnico del solito, voi portate pazienza. And take care, all of you, chi commenta e chi legge soltanto, chi aspetta una mail ogni giorno, chi va e chi viene e chi ha gli esami...
martedì 22 giugno 2010
Everything
Questo fine settimana è stato assolutamente folgorante, come potete immaginare: vedere tre musei in un fine settimana (e tre musei di New York, non di Senorbì) è stata un'esperienza a metà tra il folle, lo sfiancante e il mistico. Una simile quantità e varietà di opere d'arte tutte assieme che la sera mi sembrava di fluttuare in mezzo ai colori di Van Gogh e Matisse, di Seurat e Braque, alle installazioni di artisti contemporanei, con i loro suoni e le luci... Per non parlare dei colori di domenica sera: la città stessa si è messa d'impegno per essere simile ad una vera opera d'arte, e dopo una giornata cupa e nuvolosa, ci ha regalato un tramonto eccezionale. Sul Rockefeller Center è stato davvero strabiliante!
Partiamo dal Met, il "Metropolitan Museum of Art". E da un paio di considerazioni preliminari generali: anche per i musei vale la regola della grandezza. Ci sono sempre delle mostre temporanee e molti appuntamenti culturali. Le collezioni sono sconfinate e che le sale abbiano un ordine preciso (o almeno ben chiaro, come al MoMa) oppure no, come al Met, la sensazione di perdersi è pressoché immediata. Al Met, in particolare, ho avuto la vera e propria sensazione di trovarmi in un centro commerciale.
Gallerie che finiscono in bar, gente che va e che viene in maniera totalmente casuale, chiacchiera e va su e giù senza meta in questo caos assoluto in cui tutto, e dico tutto, è rappresentato. "Rappresentato" è proprio la parola giusta, perché quello che non hanno, lo rifanno. Facciate di edifici, reperti in realtà conservati ad Atene (devo dire che, più della delusione di non essere davanti a degli originali, ho sentito il sollievo di sapere le cose nel loro giusto posto), manichini che illustrano gli stili femminili nell'ultimo secolo, camere da letto di ogni secolo. E, in ogni caso, c'è un campione di tutto: arte africana, asiatica, precolombiana, europea, americana; moderna e antica; arti applicate e scultura, pittura, armi e strumenti musicali. Tutto. Con passo marziale ho girato, se non per intero quasi, il museo in circa tre ore, rimanendo colpita, in particolare, da cose più "di nicchia" come le collezioni micenee ed etrusche, dalla luminosità di alcune gallerie, praticamente delle vetrate lungo tutti i soffitti, da enormi strumenti musicali e totem dell'Oceania. Per non parlare, a costo di essere ripetitiva, del colore, di tutti i maestri dell'arte moderna.
Una volta uscita, mi godo la 5th Avenue, costeggio Central Park fino a Broadway, apprezzando il discreto viavai di persone (turisti, ma non solo) e la sera che scende serena, dopo una bella giornata abbastanza calda e soleggiata. Central Park è una cosa sconfinata: ci sono passata dentro andando al Met, con le idee chiare. Volevo vedere "Strawberry Fields", il monumento a John Lennon, e la statua di Lewis Carrol. Invece ho passeggiato a lungo letteralmente perdendomi, incappando in altre statue di personaggi famosi, in breakdancers e statue viventi, in improvvisati tenori, in scoiattoli, in laghi e sculture, in almeno tre diverse iniziative e spettacoli, nei "Carousels" (e la musica era "italiana": That's Amore, O Sole Mio... il trionfo della macchietta) e nei pedicab.
Sono sbucata al Met prima di volerci arrivare, ma a quel punto ho realizzato che per vedere quello che volevo avrei potuto camminare altre due ore, e ho lasciato stare. La sera, nitida com'era, ha dato un che di romantico alle carrozze parcheggiate a sud di Central Park. Sono tornata all'albergo con un po' di cibo (niente di speciale stavolta: del sushi di avocado e un dolcino), l'intenzionde di guardare tv, stremata. Per la seconda volta passo dritta di fronte all'albergo: la lobby è troppo chic per i miei standard, e anche se la camera si rivelerà non più nuovissima, l'aspetto è fatto apposta per impressionare, e la vista dalla stanza, in ogni caso, lo fa da sé (del resto, sono al nono piano).
Quattro cuscini (il letto, anche se ad una piazza e mezzo, sarebbe per due) e una notte di sasso, mi sveglia Beyoncè o chi per lei alle 6.30... Ma chi ha lasciato la radiosveglia impostata??? Mi prendo il mio tempo ed esco dall'albergo verso le 8.30, in direzione St. Patrick's Cathedral. Un po' per curiosità un po' per comodità d'orario, ho optato per una Messa cattolica. Per i tre quarti del tempo mi trovo a riflettere su questa scelta niente affatto azzeccata, e sul perché il più delle volte trovarsi in una chiesa cattolica significhi annoiarsi di fronte a riti che puzzano di naftalina, rigidi e infelici. In realtà il prete è ok, e la predica non lunga, ma questo non cambia granché la mia sensazione. Tra l'altro qua nel linguaggio comune i cattolici sono "Roman Catholics", e questo conferma l'aura di conservatorismo che circonda questo rito (qua e non solo).
Mi aspetta il MoMa, questa bella domenica, e decido di fare un bel brunch. Entro in posto che sembra una specie di pub, ma che, una volta dentro, si rivela essere un locale fin troppo fighetto per i miei gusti. Sia come sia, faccio "colazione" con la partita dell'Italia (ho visto il gol del pareggio), tre "Buttermilk pancakes" e della frutta fresca, più del decaffeinato, necessario per abbattere le frittelle. Si tratta di una versione assassina dei pancake, con un sapore di burro da stendere un danese, che apprezzo con qualcosa tipo melassa o sciroppo d'acero, non saprei. Non arrivo alla fine: anche se ho in mente di trascorrere almeno tre-quattro ore al MoMa, non posso reggere una cosa del genere. Al MoMa ci entro verso le 11. E ne esco, bookstore incluso, verso le 16. Sono combattuta tra la tentazione di raccontare tutto e quella di arrendermi all'ineffabile. Per ora vi basti sapere che è stato il museo più bello dei tre e uno dei più belli che ho visto in tutta la vita. Ho avuto la fortuna di beccare diverse mostre di fotografia, una su Cartier-Bresson, e una di obiettivi femminili, un'installazione già presentata a Venezia, dal titolo "Days", altro Picasso dopo la mostra del Met, e una su Dora Marsden, filmaker d'avanguardia del secolo scorso.
Qua la gente viene davvero a vedere le esposizioni temporanee, e ne vale davvero la pena. Il museo, poi, è bellissimo in sé, con le audioguide gratuite, percorsi leggibili ma non obbligati, opere d'arte di ogni tipo, con un occhio particolare al design e al contemporaneo (il che non vuol dire che le collezioni permanenti non siano meno ricche o belle). Mi precipito al Guggenheim (o almeno ci provo, visto che sbaglio fermata due volte, prima per prendere il bus e poi per scendere), dove trovo una mostra dal titolo "Haunted": una cosa di un ansiogeno pazzesco, dedicata alla rappresentazione della memoria e dell'assenza nell'arte contemporanea. Molte sono videoproiezioni, quindi il tutto è avvolto nella penombra, cosa che rende ulteriormente inquietanti le foto di spazzatura, di gente che si taglia con una lametta, di ragazzine morte, i video di persone immobili o di "mangiatori di unghie" o di paranoici che raccontano le proprie fobie in loop.
Ho a malapena goduto della "rotunda", la balconata che sale verso il soffitto a spirale, e in un'ora circa ho visto tutto e sono letteralmente fuggita.
Pausa shopping, obbligata, a New York, e visto che la mole di cose viste e percepite ha bisogno di essere metabolizzata un po'. Mi rinfranca, finalmente, il sole: già pregusto la salita sul Rockefeller Center, e a ragione.
Un ascensore di qualche minuto (con tanto di lucine e suoni che ti danno l'impressione di andare in orbita) e sono in cima: il rosa e celeste del tramonto è fenomenale, se non unico, da qua si vede tutto. Faccio foto compulsivamente, guardo dal binocolo la Statua della Libertà e il ponte di Brooklyn, mi godo l'aria e l'atmosfera. Domenica ho incontrato un'imbarazzante quantità di italiani, e quassù non fa eccezione. Scendo quando finalmente ne ho abbastanza, sulla via della Grand Central. Un Bretzel e il treno. Hippolytus Temporizes mi tiene compagnia durante il viaggio, che passa abbastanza in fretta. Dulcis in fundo, tenetevi forte, lo stesso tassista sordo della settimana scorsa!
Partiamo dal Met, il "Metropolitan Museum of Art". E da un paio di considerazioni preliminari generali: anche per i musei vale la regola della grandezza. Ci sono sempre delle mostre temporanee e molti appuntamenti culturali. Le collezioni sono sconfinate e che le sale abbiano un ordine preciso (o almeno ben chiaro, come al MoMa) oppure no, come al Met, la sensazione di perdersi è pressoché immediata. Al Met, in particolare, ho avuto la vera e propria sensazione di trovarmi in un centro commerciale.
Gallerie che finiscono in bar, gente che va e che viene in maniera totalmente casuale, chiacchiera e va su e giù senza meta in questo caos assoluto in cui tutto, e dico tutto, è rappresentato. "Rappresentato" è proprio la parola giusta, perché quello che non hanno, lo rifanno. Facciate di edifici, reperti in realtà conservati ad Atene (devo dire che, più della delusione di non essere davanti a degli originali, ho sentito il sollievo di sapere le cose nel loro giusto posto), manichini che illustrano gli stili femminili nell'ultimo secolo, camere da letto di ogni secolo. E, in ogni caso, c'è un campione di tutto: arte africana, asiatica, precolombiana, europea, americana; moderna e antica; arti applicate e scultura, pittura, armi e strumenti musicali. Tutto. Con passo marziale ho girato, se non per intero quasi, il museo in circa tre ore, rimanendo colpita, in particolare, da cose più "di nicchia" come le collezioni micenee ed etrusche, dalla luminosità di alcune gallerie, praticamente delle vetrate lungo tutti i soffitti, da enormi strumenti musicali e totem dell'Oceania. Per non parlare, a costo di essere ripetitiva, del colore, di tutti i maestri dell'arte moderna.
Una volta uscita, mi godo la 5th Avenue, costeggio Central Park fino a Broadway, apprezzando il discreto viavai di persone (turisti, ma non solo) e la sera che scende serena, dopo una bella giornata abbastanza calda e soleggiata. Central Park è una cosa sconfinata: ci sono passata dentro andando al Met, con le idee chiare. Volevo vedere "Strawberry Fields", il monumento a John Lennon, e la statua di Lewis Carrol. Invece ho passeggiato a lungo letteralmente perdendomi, incappando in altre statue di personaggi famosi, in breakdancers e statue viventi, in improvvisati tenori, in scoiattoli, in laghi e sculture, in almeno tre diverse iniziative e spettacoli, nei "Carousels" (e la musica era "italiana": That's Amore, O Sole Mio... il trionfo della macchietta) e nei pedicab.
Sono sbucata al Met prima di volerci arrivare, ma a quel punto ho realizzato che per vedere quello che volevo avrei potuto camminare altre due ore, e ho lasciato stare. La sera, nitida com'era, ha dato un che di romantico alle carrozze parcheggiate a sud di Central Park. Sono tornata all'albergo con un po' di cibo (niente di speciale stavolta: del sushi di avocado e un dolcino), l'intenzionde di guardare tv, stremata. Per la seconda volta passo dritta di fronte all'albergo: la lobby è troppo chic per i miei standard, e anche se la camera si rivelerà non più nuovissima, l'aspetto è fatto apposta per impressionare, e la vista dalla stanza, in ogni caso, lo fa da sé (del resto, sono al nono piano).Quattro cuscini (il letto, anche se ad una piazza e mezzo, sarebbe per due) e una notte di sasso, mi sveglia Beyoncè o chi per lei alle 6.30... Ma chi ha lasciato la radiosveglia impostata??? Mi prendo il mio tempo ed esco dall'albergo verso le 8.30, in direzione St. Patrick's Cathedral. Un po' per curiosità un po' per comodità d'orario, ho optato per una Messa cattolica. Per i tre quarti del tempo mi trovo a riflettere su questa scelta niente affatto azzeccata, e sul perché il più delle volte trovarsi in una chiesa cattolica significhi annoiarsi di fronte a riti che puzzano di naftalina, rigidi e infelici. In realtà il prete è ok, e la predica non lunga, ma questo non cambia granché la mia sensazione. Tra l'altro qua nel linguaggio comune i cattolici sono "Roman Catholics", e questo conferma l'aura di conservatorismo che circonda questo rito (qua e non solo).
Mi aspetta il MoMa, questa bella domenica, e decido di fare un bel brunch. Entro in posto che sembra una specie di pub, ma che, una volta dentro, si rivela essere un locale fin troppo fighetto per i miei gusti. Sia come sia, faccio "colazione" con la partita dell'Italia (ho visto il gol del pareggio), tre "Buttermilk pancakes" e della frutta fresca, più del decaffeinato, necessario per abbattere le frittelle. Si tratta di una versione assassina dei pancake, con un sapore di burro da stendere un danese, che apprezzo con qualcosa tipo melassa o sciroppo d'acero, non saprei. Non arrivo alla fine: anche se ho in mente di trascorrere almeno tre-quattro ore al MoMa, non posso reggere una cosa del genere. Al MoMa ci entro verso le 11. E ne esco, bookstore incluso, verso le 16. Sono combattuta tra la tentazione di raccontare tutto e quella di arrendermi all'ineffabile. Per ora vi basti sapere che è stato il museo più bello dei tre e uno dei più belli che ho visto in tutta la vita. Ho avuto la fortuna di beccare diverse mostre di fotografia, una su Cartier-Bresson, e una di obiettivi femminili, un'installazione già presentata a Venezia, dal titolo "Days", altro Picasso dopo la mostra del Met, e una su Dora Marsden, filmaker d'avanguardia del secolo scorso.
Qua la gente viene davvero a vedere le esposizioni temporanee, e ne vale davvero la pena. Il museo, poi, è bellissimo in sé, con le audioguide gratuite, percorsi leggibili ma non obbligati, opere d'arte di ogni tipo, con un occhio particolare al design e al contemporaneo (il che non vuol dire che le collezioni permanenti non siano meno ricche o belle). Mi precipito al Guggenheim (o almeno ci provo, visto che sbaglio fermata due volte, prima per prendere il bus e poi per scendere), dove trovo una mostra dal titolo "Haunted": una cosa di un ansiogeno pazzesco, dedicata alla rappresentazione della memoria e dell'assenza nell'arte contemporanea. Molte sono videoproiezioni, quindi il tutto è avvolto nella penombra, cosa che rende ulteriormente inquietanti le foto di spazzatura, di gente che si taglia con una lametta, di ragazzine morte, i video di persone immobili o di "mangiatori di unghie" o di paranoici che raccontano le proprie fobie in loop. 
Pausa shopping, obbligata, a New York, e visto che la mole di cose viste e percepite ha bisogno di essere metabolizzata un po'. Mi rinfranca, finalmente, il sole: già pregusto la salita sul Rockefeller Center, e a ragione.
Un ascensore di qualche minuto (con tanto di lucine e suoni che ti danno l'impressione di andare in orbita) e sono in cima: il rosa e celeste del tramonto è fenomenale, se non unico, da qua si vede tutto. Faccio foto compulsivamente, guardo dal binocolo la Statua della Libertà e il ponte di Brooklyn, mi godo l'aria e l'atmosfera. Domenica ho incontrato un'imbarazzante quantità di italiani, e quassù non fa eccezione. Scendo quando finalmente ne ho abbastanza, sulla via della Grand Central. Un Bretzel e il treno. Hippolytus Temporizes mi tiene compagnia durante il viaggio, che passa abbastanza in fretta. Dulcis in fundo, tenetevi forte, lo stesso tassista sordo della settimana scorsa!
lunedì 21 giugno 2010
American Birthday
Comincio dalle cose semplici, visto che raccontare la seconda gita a New York sarà un'impresa colossale, per me che dovrò scriverla e per voi che vorrete leggerla! Partiamo dalle cose semplici: come il mio lavoro in biblioteca, che in quest'ultima settimana è stato francamente un po' frustrante... Fortunatamente verso gli ultimi giorni della settimana è parso muoversi qualcosa e mi sono arrivati un po' di incoraggiamenti. Questo mi fa ben sperare sull'energia che potrò investire nell'ultima settimana di lavoro. Tra le curiosità: ho studiato finalmente anche alla Sterling, è proprio bella, anche se non luminosissima, e ho visto per la prima volta un microfilm. E' stata una bella esperienza, non che a Padova non ce ne siano, semplicemente non mi era mai capitato.
E poi il compleanno! Non è stata una giornata specialissima, diversa da tutte, le altre, ho solo cercato di fare col massimo della scioltezza tutte le cose che sto facendo qua ogni giorno e che mi rendono contenta: la biblioteca, il mangiare cose particolari, il godermi questo posto pieno di fascino. Le cose "diverse", però sono state proprio speciali: ho deciso di cominciare la giornata con la preghiera del mattino della chiesa qua vicino (episcopali?). Giusto mezz'ora, eravamo quattro in tutto, ma è stato bello fermarsi a ringraziare in un giorno speciale. Poi un bella colazione (fin troppo) lauta a base di bagel, decaffeinato e oatmeal, cioè una specie di pudding a base di avena. Un pappone che non sono riuscita a finirmi, ovviamente. Ma nel complesso una bella colazione soddisfacente. E la sera, il programma era mangiare qualcosa con Maria, Aaron e Nicole. Onestamente per me è davvero faticoso interagire in contesti informali con gli americani: parlano abbastanza veloce, inserendo molte parole che non conosco (spesso di slang), la pronuncia è... americana, non c'è altro da dire. In linea di massima, riesco a seguire il filo della conversazione, per sommi capi, finché non si rivolgono a me direttamente. Allora entro nel panico, spalanco la bocca, dico "Sorry???" e mi sento una cretina. Ecco, questa la premessa. Fatta la premessa, venerdì è stato magnifico. Sono dei ragazzi in gamba, un po' più grandi di me, con prospettive appena più concrete su certe cose, con delle carenze incredibili su altre. Vi dico solo che, in confronto a loro, io sembro un'animale sociale di prima categoria! E non è che per questo siano orsi o nevrotici, anzi! In ogni caso, la serata è andata via serena, tra buon cibo (quello vegano di Claire's Cornercopia), chiacchiere, sulle relazioni soprattutto... e un po' di vino, della frutta... Una magnifica torta (anche quella vegan) che Nicole ha fatto per me. Mi godo davvero la gioia di questi piccoli momenti, di una gratuità così speciale e stupefacente da essere quasi incredibile.
P.s. Sulla torta
La foto non le rende giustizia, spero che Maria ne abbia qualcuna di meglio. In ogni caso, colgo l'occasione per sottolineare la passione degli americani per il topping, la glassatura, la decorazione appariscente (se è spumosa è meglio): oggi a New York ho visto cupcakes di tutti i tipi! E ovviamente lo zucchero: la "glassa" che vedete era una specie di crema di latte di soia, zucchero e vaniglia. Lo strato sottostante: cacao! Come potete immaginare uno strappo possibile solo il compleanno delle trenta ore! E ne è valsa la pena!
E poi il compleanno! Non è stata una giornata specialissima, diversa da tutte, le altre, ho solo cercato di fare col massimo della scioltezza tutte le cose che sto facendo qua ogni giorno e che mi rendono contenta: la biblioteca, il mangiare cose particolari, il godermi questo posto pieno di fascino. Le cose "diverse", però sono state proprio speciali: ho deciso di cominciare la giornata con la preghiera del mattino della chiesa qua vicino (episcopali?). Giusto mezz'ora, eravamo quattro in tutto, ma è stato bello fermarsi a ringraziare in un giorno speciale. Poi un bella colazione (fin troppo) lauta a base di bagel, decaffeinato e oatmeal, cioè una specie di pudding a base di avena. Un pappone che non sono riuscita a finirmi, ovviamente. Ma nel complesso una bella colazione soddisfacente. E la sera, il programma era mangiare qualcosa con Maria, Aaron e Nicole. Onestamente per me è davvero faticoso interagire in contesti informali con gli americani: parlano abbastanza veloce, inserendo molte parole che non conosco (spesso di slang), la pronuncia è... americana, non c'è altro da dire. In linea di massima, riesco a seguire il filo della conversazione, per sommi capi, finché non si rivolgono a me direttamente. Allora entro nel panico, spalanco la bocca, dico "Sorry???" e mi sento una cretina. Ecco, questa la premessa. Fatta la premessa, venerdì è stato magnifico. Sono dei ragazzi in gamba, un po' più grandi di me, con prospettive appena più concrete su certe cose, con delle carenze incredibili su altre. Vi dico solo che, in confronto a loro, io sembro un'animale sociale di prima categoria! E non è che per questo siano orsi o nevrotici, anzi! In ogni caso, la serata è andata via serena, tra buon cibo (quello vegano di Claire's Cornercopia), chiacchiere, sulle relazioni soprattutto... e un po' di vino, della frutta... Una magnifica torta (anche quella vegan) che Nicole ha fatto per me. Mi godo davvero la gioia di questi piccoli momenti, di una gratuità così speciale e stupefacente da essere quasi incredibile.
P.s. Sulla torta
La foto non le rende giustizia, spero che Maria ne abbia qualcuna di meglio. In ogni caso, colgo l'occasione per sottolineare la passione degli americani per il topping, la glassatura, la decorazione appariscente (se è spumosa è meglio): oggi a New York ho visto cupcakes di tutti i tipi! E ovviamente lo zucchero: la "glassa" che vedete era una specie di crema di latte di soia, zucchero e vaniglia. Lo strato sottostante: cacao! Come potete immaginare uno strappo possibile solo il compleanno delle trenta ore! E ne è valsa la pena!
giovedì 17 giugno 2010
Overwhelming
Questa parola significa, grosso modo, "travolgente". Da queste parti è molto usata, e non solo per un fatto di moda, ma perché è molto frequente sentirsi "overwhelmed". Un paese grande un continente intero, in cui tutto è grande: le macchine sono grandi, i supermercati sono grandi, le biblioteche sono grandi... le città (quelle grandi almeno) sono grandi. Con negozi grandi, manifesti pubblicitari grandi, schermi promozionali grandi. Più che grandi. La parola che usa Maria è, precisamente, "huge": enorme!
Questa è la sensazione che ho avuto appena arrivata a New York. Anzi, non "appena". Abbiamo preso un treno di modesta apparenza e modesta velocità, abbiamo chiacchierato tanto e la Grand Central Station è davvero carina. E non enorme, come temevo: credo che quella di Milano sia più grande, forse è paragonabile a quella di Firenze, ma non di più. E' su due livelli: sotto si arriva ai binari, e ci sono un sacco di posti in cui si può comprare da mangiare. C'è un'area centrale il cui perimetro è una fila di poltrone. Al livello superiore, una sorta di volta stellata, le biglietterie, i tabelloni. Il tutto in uno stile architettonico decisamente gradevole. Insomma, non l'impatto terrificante che mi aspettavo, con gente che va e che viene a tutta velocità. Di nuovo, peggio Milano. Per quasi un'ora sono stata a New York senza vederla: abbiamo mangiato qualcosa in stazione, poi ci siamo spostati verso la Subway, la metropolitana: per tutto questo tempo, fuori potevano essere le dieci del mattino come le dieci della sera. Nel frattempo ho fatto un po' di conoscenza con Amy, l'amica di Maria. Carissima persona, accogliente e spiritosa. A New York fa l'avvocato, e lei e Maria hanno studiato entrambe all'Università di Pennsylvania. Abbiamo preso uno shuttle per Times Square. Anche qui, l'impatto non è stato troppo "travolgente": forse perché era domenica, ma non c'era calca, folla sì, ma niente di esagerato. Lo stupore maggiore è venuto dalla differenza di temperatura tra l'esterno (un'aria soffocante, di sottosuolo e ferraglia) e l'interno (aria condizionata sparata violentissima, terribile). Finalmente in Times Square. Adesso sì che mi trovo davanti ad un panorama "overwhelming". Mi avvertono che i newyorkesi non vengono qua abitualmente, e in effetti mi rendo conto ben presto di trovarmi in qualcosa di molto simile ad una fiera: cercano di venderti qualcosa ad ogni angolo e con ogni mezzo, dal tradizionale banchetto di salsiccia al tecnologico tabellone animato. Il profumo è esattamente lo stesso che in una fiera, i vapori degli hot dog aleggiano qua e là, la gente è chiaramente qui per turismo e per comprare. Maria voleva mostrarmi il "consumerism": ho un'idea ben chiara di cosa intendesse, ruote panoramiche dentro i negozi, le foto come sulle navi da crociera, colori e luci dappertutto. Scatto foto a destra e sinistra, fare esattamente quello che ci si aspetta da una turista alla prima visita è il mio umile modo di reagire. Il programma prevede, per cominciare: shopping! Guardo è provo varie cose qua e là, destreggiandomi con le taglie americane (a quanto pare calzo poco meno di 9, e i pantaloni sono 2. Per le magliette, circa, small o medium - qua lo dicono per intero, non solo con l'iniziale). Intanto vediamo la città, dopo Times Square, il Rockefeller Center (e altrettanti negozi). Durante la mattina attraversiamo Broadway, incrociamo una sfilata di portoricani, mi mostrano il ponte di Brooklyn. Ho i miei dubbi che mi avrebbe detto qualcosa anche avendolo visto meglio, ma proprio in quel momento ha cominciato a piovere come si deve, e gli ombrelli ce li siamo procurati solo una volta a Chinatown. Quindi, francamente, non mi è parso altro che "un ponte". Chinatown è stata forse la tappa più interessante della giornata: è pieno di negozi di ogni tipo, di alimentari e non. Abbiamo mangiato un gelato e abbiamo comprato del mochi ripieno! Assaggio subito quello al mango, è troppo fresco ma decisamente molto buono. Bancarelle di frutta e verdura, lychees dappertutto, e ciliegie e fragole ad un prezzo ottimo. Amy commenta "it's not organic". Sarà, ma l'America è il primo posto in cui mi capita di pagare la frutta (e parlo delle mele e delle banane, non degli avocado) "al pezzo". Evitiamo Little Italy, sia Maria che Amy fanno una faccia pessima al solo nominarla, e io, se è così, non muoio dalla voglia. Ci dirigiamo verso Astoria, con l'intenzione di mangiare greco. Mi fanno vedere sulla mappa della Subway il giro che abbiamo fatto: mi rendo conto che non mi sarebbe mai capitato di vedere così tanti posti diversi a New York se fossi stata da sola. L'abbiamo praticamente attraversata tutta, entrando in contatto con tutti i tipi di personaggi che si possono incrociare in una città del genere. A fine giornata ci aspettava il pezzo forte. Io non ero convintissima, temevo di buttare troppi soldi per una cosa che, in fondo, troppo speciale non poteva essere. Ma loro hanno insistito, erano assolutamente certe che io dovessi vedere un musical a Broadway. E il prezzo dei biglietti era circa la metà di quello normale, decisamente al di sopra delle aspettative. Certo, era un piccolo teatro, e anche il musical forse non aveva troppe pretese, ma lo spirito di Broadway me lo sono goduta tutto. In questo senso, probabilmente, sono stata molto fortunata a trovare un revival, invece di una grossa produzione moderna, che probabilmente avrebbe solo intensificato il mio senso di eccesso. Mio, e non solo mio, Maria continuava a ripetere che non riuscirebbe a vivere là, Philadelphia, invece, è la città della misura giusta. Probabilmente per la concomitanza di un premio importante (ma di cui io non sapevo niente, i Tony awards) il teatro non era affollato, e ci siamo goduti lo spettacolo comode e rilassate. La trama era una storia d'amore tra due giovani, con un sacco di rimandi al teatro classico, shakespeariano in particolare, con una scenografia minimale e, ovviamente, un sacco di pezzi cantati. Tutto dal vivo: strumentazione (piano ed arpa, principalmente, e ad un certo punto una sorta di xilofono) e voci. E il teatro era piuttosto piccolo, al quarto piano di uno stabile che sembrava un vecchio albergo. Nemmeno amplificazione, dunque, per fortuna. La dimensione così ristretta è stata forse proprio la grande differenza rispetto alle mie aspettative, era davvero possibile godersi per intero il contatto con gli attori e con la musica. Una storia d'amore tradizionale com'era sarebbe potuta essere, tra l'altro, molto banale, invece era incredibilmente ironico, tanto che il lieto fine è arrivato alla fine del primo atto, e ci chiedevamo di che cosa avrebbe parlato il secondo! Dopo il musical torniamo verso la stazione, attraversando nuovamente Times Square, di notte, se possibile ancora più overwhelming di prima.
Ottima musica, ancora dal vivo, nella Subway. Il viaggio di ritorno è stato semplicemente lungo, io e Maria eravamo stanchissime, lei ha sentito un mp3 su Dante, io ho provato a leggere un po' di Euripide, ma, come era ovvio, mi sono addormentata piuttosto velocemente.
Alla stazione salgo su un taxi. Io già ho un problema con la lingua (e la pronuncia soprattutto: cioè, sopravvivo, ma sembro una scema una volta su due), per di più mi capita anche il tassista sordo... non è per modo di dire, era un arzillo vecchietto, cordiale e mezzo sordo! Tra quello e l'ora tarda... nonostante tutto a casa ci sono arrivata, sfatta ma contenta. Contenta del mio jeans nuovo, del musical, delle foto, del cibo, delle persone. E del mio taro-mochi per il giorno dopo!
Questa è la sensazione che ho avuto appena arrivata a New York. Anzi, non "appena". Abbiamo preso un treno di modesta apparenza e modesta velocità, abbiamo chiacchierato tanto e la Grand Central Station è davvero carina. E non enorme, come temevo: credo che quella di Milano sia più grande, forse è paragonabile a quella di Firenze, ma non di più. E' su due livelli: sotto si arriva ai binari, e ci sono un sacco di posti in cui si può comprare da mangiare. C'è un'area centrale il cui perimetro è una fila di poltrone. Al livello superiore, una sorta di volta stellata, le biglietterie, i tabelloni. Il tutto in uno stile architettonico decisamente gradevole. Insomma, non l'impatto terrificante che mi aspettavo, con gente che va e che viene a tutta velocità. Di nuovo, peggio Milano. Per quasi un'ora sono stata a New York senza vederla: abbiamo mangiato qualcosa in stazione, poi ci siamo spostati verso la Subway, la metropolitana: per tutto questo tempo, fuori potevano essere le dieci del mattino come le dieci della sera. Nel frattempo ho fatto un po' di conoscenza con Amy, l'amica di Maria. Carissima persona, accogliente e spiritosa. A New York fa l'avvocato, e lei e Maria hanno studiato entrambe all'Università di Pennsylvania. Abbiamo preso uno shuttle per Times Square. Anche qui, l'impatto non è stato troppo "travolgente": forse perché era domenica, ma non c'era calca, folla sì, ma niente di esagerato. Lo stupore maggiore è venuto dalla differenza di temperatura tra l'esterno (un'aria soffocante, di sottosuolo e ferraglia) e l'interno (aria condizionata sparata violentissima, terribile). Finalmente in Times Square. Adesso sì che mi trovo davanti ad un panorama "overwhelming". Mi avvertono che i newyorkesi non vengono qua abitualmente, e in effetti mi rendo conto ben presto di trovarmi in qualcosa di molto simile ad una fiera: cercano di venderti qualcosa ad ogni angolo e con ogni mezzo, dal tradizionale banchetto di salsiccia al tecnologico tabellone animato. Il profumo è esattamente lo stesso che in una fiera, i vapori degli hot dog aleggiano qua e là, la gente è chiaramente qui per turismo e per comprare. Maria voleva mostrarmi il "consumerism": ho un'idea ben chiara di cosa intendesse, ruote panoramiche dentro i negozi, le foto come sulle navi da crociera, colori e luci dappertutto. Scatto foto a destra e sinistra, fare esattamente quello che ci si aspetta da una turista alla prima visita è il mio umile modo di reagire. Il programma prevede, per cominciare: shopping! Guardo è provo varie cose qua e là, destreggiandomi con le taglie americane (a quanto pare calzo poco meno di 9, e i pantaloni sono 2. Per le magliette, circa, small o medium - qua lo dicono per intero, non solo con l'iniziale). Intanto vediamo la città, dopo Times Square, il Rockefeller Center (e altrettanti negozi). Durante la mattina attraversiamo Broadway, incrociamo una sfilata di portoricani, mi mostrano il ponte di Brooklyn. Ho i miei dubbi che mi avrebbe detto qualcosa anche avendolo visto meglio, ma proprio in quel momento ha cominciato a piovere come si deve, e gli ombrelli ce li siamo procurati solo una volta a Chinatown. Quindi, francamente, non mi è parso altro che "un ponte". Chinatown è stata forse la tappa più interessante della giornata: è pieno di negozi di ogni tipo, di alimentari e non. Abbiamo mangiato un gelato e abbiamo comprato del mochi ripieno! Assaggio subito quello al mango, è troppo fresco ma decisamente molto buono. Bancarelle di frutta e verdura, lychees dappertutto, e ciliegie e fragole ad un prezzo ottimo. Amy commenta "it's not organic". Sarà, ma l'America è il primo posto in cui mi capita di pagare la frutta (e parlo delle mele e delle banane, non degli avocado) "al pezzo". Evitiamo Little Italy, sia Maria che Amy fanno una faccia pessima al solo nominarla, e io, se è così, non muoio dalla voglia. Ci dirigiamo verso Astoria, con l'intenzione di mangiare greco. Mi fanno vedere sulla mappa della Subway il giro che abbiamo fatto: mi rendo conto che non mi sarebbe mai capitato di vedere così tanti posti diversi a New York se fossi stata da sola. L'abbiamo praticamente attraversata tutta, entrando in contatto con tutti i tipi di personaggi che si possono incrociare in una città del genere. A fine giornata ci aspettava il pezzo forte. Io non ero convintissima, temevo di buttare troppi soldi per una cosa che, in fondo, troppo speciale non poteva essere. Ma loro hanno insistito, erano assolutamente certe che io dovessi vedere un musical a Broadway. E il prezzo dei biglietti era circa la metà di quello normale, decisamente al di sopra delle aspettative. Certo, era un piccolo teatro, e anche il musical forse non aveva troppe pretese, ma lo spirito di Broadway me lo sono goduta tutto. In questo senso, probabilmente, sono stata molto fortunata a trovare un revival, invece di una grossa produzione moderna, che probabilmente avrebbe solo intensificato il mio senso di eccesso. Mio, e non solo mio, Maria continuava a ripetere che non riuscirebbe a vivere là, Philadelphia, invece, è la città della misura giusta. Probabilmente per la concomitanza di un premio importante (ma di cui io non sapevo niente, i Tony awards) il teatro non era affollato, e ci siamo goduti lo spettacolo comode e rilassate. La trama era una storia d'amore tra due giovani, con un sacco di rimandi al teatro classico, shakespeariano in particolare, con una scenografia minimale e, ovviamente, un sacco di pezzi cantati. Tutto dal vivo: strumentazione (piano ed arpa, principalmente, e ad un certo punto una sorta di xilofono) e voci. E il teatro era piuttosto piccolo, al quarto piano di uno stabile che sembrava un vecchio albergo. Nemmeno amplificazione, dunque, per fortuna. La dimensione così ristretta è stata forse proprio la grande differenza rispetto alle mie aspettative, era davvero possibile godersi per intero il contatto con gli attori e con la musica. Una storia d'amore tradizionale com'era sarebbe potuta essere, tra l'altro, molto banale, invece era incredibilmente ironico, tanto che il lieto fine è arrivato alla fine del primo atto, e ci chiedevamo di che cosa avrebbe parlato il secondo! Dopo il musical torniamo verso la stazione, attraversando nuovamente Times Square, di notte, se possibile ancora più overwhelming di prima.
Ottima musica, ancora dal vivo, nella Subway. Il viaggio di ritorno è stato semplicemente lungo, io e Maria eravamo stanchissime, lei ha sentito un mp3 su Dante, io ho provato a leggere un po' di Euripide, ma, come era ovvio, mi sono addormentata piuttosto velocemente.
Alla stazione salgo su un taxi. Io già ho un problema con la lingua (e la pronuncia soprattutto: cioè, sopravvivo, ma sembro una scema una volta su due), per di più mi capita anche il tassista sordo... non è per modo di dire, era un arzillo vecchietto, cordiale e mezzo sordo! Tra quello e l'ora tarda... nonostante tutto a casa ci sono arrivata, sfatta ma contenta. Contenta del mio jeans nuovo, del musical, delle foto, del cibo, delle persone. E del mio taro-mochi per il giorno dopo!
mercoledì 16 giugno 2010
Nuvole, e stelle
Sono stata accompagnata, al rientro dalla biblioteca, da un cielo perfettamente terso, una stella brillantissima, e il primo spicchio di luna. La giornata di oggi è stata lunga, e molto intensa. Sto lavorando tanto, anche se mi sembra di non produrre niente. Il materiale si moltiplica, ogni risposta genera nuove domande e temo di perdere la bussola. Ma credo di aver scritto così fin dall'inizio, quindi probabilmente non c'è niente di davvero nuovo, in questo senso. Adesso sto lavorando ancora sull'indice della biblioteca di H.D., corredato da trascrizioni di note, e sul testo di Ippolito. Oggi sono stata su e giù dal banco dei bibliotecari tutto il pomeriggio, mentre praticamente tutta la mattina mi ci è voluta per mettere ordine tra le mille mail e sviluppi della discussione sulla mailing list di H.D. Cerco di prendermi una sorta di "ora d'aria al giorno", in particolare, cerco di passare il pranzo in compagnia, anche se questo significa partecipare ad un gruppo di lettura di Dante. E' quello che ho fatto ieri, mentre oggi ho seguito un tour (c'è un festival di musica e arti, adesso, e questi giorni saranno una proposta continua!) alla Sprague Hall, la sala da concerti sede della School of Music. Quello che non mi aspettavo è stata una (nemmeno troppo) breve esecuzione di percussioni. Precisamente una marimba. Onestamente non mi è piaciuto molto quello che è stato suonato, ma è stato suonato molto bene. E della musica mi ha accolta anche all'uscita dalla biblioteca, questo pomeriggio: suonavano alla Beinecke, ed è stato davvero suggestivo venire fuori dalla sala di lettura (ero talmente assorta che quando la guardia è entrata a darci l'annuncio della chiusura ho letteralmente fatto un salto sulla sedia, tra le risate generali) e trovarsi nel bel mezzo di un concerto. Finito il lavoro alla Beinecke, sono riuscita a leggere di filato tutte le Note su Pensiero e Visione, sempre di H.D., una lettura davvero illuminante. Era una visionaria incredibile, e consapevole di esserlo. Vi basti pensare che, per descrivere il suo modo di pensare con una "sovra-mente" o "mente universale", usa l'immagine di una medusa. Dice una cosa come: "E' come se avessi un casco attorno alla testa, immaginatelo come il cappello gelatinoso di una medusa, con tutti i tentacoli che scendono e sono il mio corpo"... ora non mi sento di fronte ad una matta, studiandola, ma qualche ragione, a chiamarla così, ce l'avevo, credo. Tra le visioni, la musica, le stelle, è stata una fine di serata un po' magica, che ha fatto risuonare alcune corde romantiche.
Anche domani, se volessi, ci sarebbe il gruppo su Dante, e ancora non so se ci andrò. E' stato molto istruttivo vedere come lavorano: ho sentito parlare sia dei ragazzi formati in America, che una ragazza che ha studiato in Spagna: la differenza tra noi europei e loro è nettissima. Loro sono abituati a porsi domande e a spaziare, noi ad organizzare il pensiero in maniera gerarchica e schematica. Certo, in un certo senso mi fa una certa impressione pensare che questi ragazzi, è vero, sono più avanti di me, ma studiano Dante per la prima volta da graduates, vale a dire già laureati. Però sono abituati a scrivere in continuazione, tengono lezioni, studiano come dei matti. Non per niente, l'altro incontro a cui ho preso parte, era di sabato!
Faccio un'operazione disonesta, ed è a sabato che torno, tralasciando completamente New York, con le sue luci, il suo sottosuolo, le mille genti.
Sabato una pigrizia pazzesca! Ma dopo Dante, mi sono infilata nella British Art Gallery. Onestamente, al quarto ritratto di nobiluomo dipinto da un illustre sconosciuto, già pensavo che stavo perdendo il mio tempo in una galleria completamente trascurabile. Invece ho trovato molto interessante un'esposizione dal titolo "Arte per tutti", dedicata ai manifesti (promozionali, perlopiù) esposti nella metropolitana di Londra negli anni. E poi, al piano superiore, finalmente, qualche nome. Non per il nome in sé, Canaletto, per esempio, al di là della curiosità di vedere ritratti sempre con il solito stile, paesaggi londinesi invece di canali veneziani, non mi fa né caldo né freddo. Ma trovarsi, ad un certo punto, di fronte ad un paesaggio sfocato, mettersi davanti per guardarlo meglio, e rendersi conto che si tratta di Turner... o una splendida parete piena di quadretti: nuvole, di Constable... Ecco, tra i tanti artisti, due pennelli che non mi sono indifferenti o insignificanti. Un pensiero va dritto alla Sotgiu, e alle sue lezioni di arte. E di nuovo, alla fortuna di avere buoni maestri: sono poche le lezioni che ti rimangono dentro negli anni, oltre la scuola e oltre i voti.
Mi saltano all'occhio anche vari altri pezzi, per la verità: un marmo che rappresenta una madonna con degli angeli, un grosso quadro sul diluvio universale.
Un po' di spesa, e poi a casa... in attesa di New York!
Anche domani, se volessi, ci sarebbe il gruppo su Dante, e ancora non so se ci andrò. E' stato molto istruttivo vedere come lavorano: ho sentito parlare sia dei ragazzi formati in America, che una ragazza che ha studiato in Spagna: la differenza tra noi europei e loro è nettissima. Loro sono abituati a porsi domande e a spaziare, noi ad organizzare il pensiero in maniera gerarchica e schematica. Certo, in un certo senso mi fa una certa impressione pensare che questi ragazzi, è vero, sono più avanti di me, ma studiano Dante per la prima volta da graduates, vale a dire già laureati. Però sono abituati a scrivere in continuazione, tengono lezioni, studiano come dei matti. Non per niente, l'altro incontro a cui ho preso parte, era di sabato!
Faccio un'operazione disonesta, ed è a sabato che torno, tralasciando completamente New York, con le sue luci, il suo sottosuolo, le mille genti.
Sabato una pigrizia pazzesca! Ma dopo Dante, mi sono infilata nella British Art Gallery. Onestamente, al quarto ritratto di nobiluomo dipinto da un illustre sconosciuto, già pensavo che stavo perdendo il mio tempo in una galleria completamente trascurabile. Invece ho trovato molto interessante un'esposizione dal titolo "Arte per tutti", dedicata ai manifesti (promozionali, perlopiù) esposti nella metropolitana di Londra negli anni. E poi, al piano superiore, finalmente, qualche nome. Non per il nome in sé, Canaletto, per esempio, al di là della curiosità di vedere ritratti sempre con il solito stile, paesaggi londinesi invece di canali veneziani, non mi fa né caldo né freddo. Ma trovarsi, ad un certo punto, di fronte ad un paesaggio sfocato, mettersi davanti per guardarlo meglio, e rendersi conto che si tratta di Turner... o una splendida parete piena di quadretti: nuvole, di Constable... Ecco, tra i tanti artisti, due pennelli che non mi sono indifferenti o insignificanti. Un pensiero va dritto alla Sotgiu, e alle sue lezioni di arte. E di nuovo, alla fortuna di avere buoni maestri: sono poche le lezioni che ti rimangono dentro negli anni, oltre la scuola e oltre i voti.
Mi saltano all'occhio anche vari altri pezzi, per la verità: un marmo che rappresenta una madonna con degli angeli, un grosso quadro sul diluvio universale.
Un po' di spesa, e poi a casa... in attesa di New York!
martedì 15 giugno 2010
Work in progress
Mi dispiace davvero, avrei voluto farvi trovare il racconto di ieri, se non stamattina almeno domani, ma sto crollando e non ce la faccio anche stasera. Godetevi intanto questo video (vi consiglio di guardarlo senza audio), visto che gli altri due dovrò ricaricarli... e, se non le avete già viste, le foto, di sabato e di ieri, che sono al solito link. Enjoy!
sabato 12 giugno 2010
Americans
Finalmente ho l'occasione di conoscerli un po' da vicino questi Americani! Non è semplicissimo stabilire come sono, o anche "cosa" sono, visto che ogni nuovo americano che conosco ha del sangue misto, un meticciato etnico e culturale di cui talvolta si va orgogliosi talvolta no, ma che è la norma e non l'eccezione. E non si sentono meno americani per questo, giustamente. Ieri sono stata fuori dopo cena con Maria e altre due persone. Un ragazzo canadese (e qui, luoghi comuni anche sui canadesi), e una ragazza la cui famiglia è di origine danese o svedese, non ho ben capito. A parte il fatto che il locale che hanno scelto era un po' troppo alla moda per i miei gusti, e le ovvie difficoltà con la lingua per un tempo così prolungato (diciamo che me la sono cavata abbastanza bene, considerando il livello di confusione che c'era, almeno fino alle undici), è stata una serata davvero carina! Sono tornata a mezzanotte e mezza, accompagnata in macchina, perfino, decisamente stanca morta ma ben soddisfatta dell'accaduto. Speriamo che l'esperimento possa ripetersi a breve!
Ieri è stata anche la giornata in cui ho perso un pomeriggio da Rite Aid, un grosso negozio che si dichiara "pharmacy", ma in cui si può trovare un po' di tutto: dalle cose strettamente di farmacia (sto parlando di corsie intere di integratori, pillole, sonniferi e vitamine varie, a volte in barattoli grandi come la confezione jumbo della nutella) a un po' di profumeria, a cartoline di auguri (anche qui corsie intere), a scatolame (e qui intendo ogni genere di cibo "istantaneo", surgelati e dolciumi vari) e cose per la casa di ogni tipo. Decisamente da perderci. E da come parlava Maria, e da quello che ho sentito da altri, questo non è niente in confronto a quello che potrei trovare in un centro commerciale vero e proprio. Unica cosa che mi rimane misteriosa è come mai i cereali per la colazione costano così tanto (che siano troppo sani?).
Dal punto di vista della tesi, le cose proseguono, anche se con un po' di discontinuità: ho cominciato ad alternare momenti di totale coinvolgimento e concentrazione ad altri in cui non ne voglio sapere di cominciare a far nulla. Credo che sia dovuto, in parte, alla quantità di cose che sono venute fuori: è normale non sapere da dove cominciare, e non posso neanche riempire di domande i miei relatori in un momento di caos quale l'inizio della sessione con il nuovo sistema informatico. Per me è assolutamente elementare che il libretto cartaceo sia il migliore amico dello studente, è in ogni caso una garanzia, ma evidentemente l'unipd è troppo tecnologica per queste cose giurassiche ... continuo a vedere messaggi di stato su Facebook di gente che implora aiuto o vendetta, e ringrazio di aver finito gli esami in tempo per evitare questo manicomio.
Sempre in tema di tecnologia, mi sono resa conto che metà del lavoro che sto facendo, a parte quello stretto della tesi, è ricerca d'archivio, l'altra metà è smanettare con programmi e database! Ci serve un modo per esportare una certa quantità di dati bibliografici in maniera facile, condivisibile e modificabile in maniera sistematica. Se qualcuno ha qualche idea (stiamo valutando LibraryThing, ma, da quello che ho visto, probabilmente non è la soluzione) mi faccia sapere! Ieri, quindi, sono andata avanti con i miei schedari, e qualcosa di buono è venuto fuori. Mi sono fatta portare tre edizioni di Euripide, una più buffa dell'altra: c'erano dei volumetti microscopici, per essere riempiti di solo greco, e ovviamente fragili come foglie secche. Ma li vedrò meglio la settimana prossima, approfittando anche della disponibilità di alcune studiose che mi hanno inviato il loro lavoro preliminare su questa roba.
Questi giorni ho la testa anche un po' sugli scout, visto che c'è l'uscita di gruppo di fine anno oggi e domani. E c'è ancora un gran lavoro da fare, per il campo, in questa situazione assurda di rotazione fra capi. Vedremo di far funzionare anche questo, la cosa più difficile è pensarci senza limitarmi a "preoccuparmi" cosa che non giova né al Reparto, né al mio lavoro qua (né a me).
Il programma di oggi prevede: provare a reperire della frutta e verdura fresca ad un mercato di prodotti locali, all'una e mezza un seminario su Dante (hanno in programma quattro canti o qualcosa del genere, si trovano ogni due giorni, sono veramente pazzi da legare!) e poi una visita guidata alla British Art Gallery. Se trovo qualche "worship" di sabato, mi infilo in qualche chiesa a caccia di riti alternativi. La sera cercherò di studiare un po' e prepararmi, psicologicamente e non a... New York! Il programma dovrebbe essere, approssimativamente: MET, Little Italy, Broadway... sono ovviamente contentissima!
Ieri è stata anche la giornata in cui ho perso un pomeriggio da Rite Aid, un grosso negozio che si dichiara "pharmacy", ma in cui si può trovare un po' di tutto: dalle cose strettamente di farmacia (sto parlando di corsie intere di integratori, pillole, sonniferi e vitamine varie, a volte in barattoli grandi come la confezione jumbo della nutella) a un po' di profumeria, a cartoline di auguri (anche qui corsie intere), a scatolame (e qui intendo ogni genere di cibo "istantaneo", surgelati e dolciumi vari) e cose per la casa di ogni tipo. Decisamente da perderci. E da come parlava Maria, e da quello che ho sentito da altri, questo non è niente in confronto a quello che potrei trovare in un centro commerciale vero e proprio. Unica cosa che mi rimane misteriosa è come mai i cereali per la colazione costano così tanto (che siano troppo sani?).
Dal punto di vista della tesi, le cose proseguono, anche se con un po' di discontinuità: ho cominciato ad alternare momenti di totale coinvolgimento e concentrazione ad altri in cui non ne voglio sapere di cominciare a far nulla. Credo che sia dovuto, in parte, alla quantità di cose che sono venute fuori: è normale non sapere da dove cominciare, e non posso neanche riempire di domande i miei relatori in un momento di caos quale l'inizio della sessione con il nuovo sistema informatico. Per me è assolutamente elementare che il libretto cartaceo sia il migliore amico dello studente, è in ogni caso una garanzia, ma evidentemente l'unipd è troppo tecnologica per queste cose giurassiche ... continuo a vedere messaggi di stato su Facebook di gente che implora aiuto o vendetta, e ringrazio di aver finito gli esami in tempo per evitare questo manicomio.
Sempre in tema di tecnologia, mi sono resa conto che metà del lavoro che sto facendo, a parte quello stretto della tesi, è ricerca d'archivio, l'altra metà è smanettare con programmi e database! Ci serve un modo per esportare una certa quantità di dati bibliografici in maniera facile, condivisibile e modificabile in maniera sistematica. Se qualcuno ha qualche idea (stiamo valutando LibraryThing, ma, da quello che ho visto, probabilmente non è la soluzione) mi faccia sapere! Ieri, quindi, sono andata avanti con i miei schedari, e qualcosa di buono è venuto fuori. Mi sono fatta portare tre edizioni di Euripide, una più buffa dell'altra: c'erano dei volumetti microscopici, per essere riempiti di solo greco, e ovviamente fragili come foglie secche. Ma li vedrò meglio la settimana prossima, approfittando anche della disponibilità di alcune studiose che mi hanno inviato il loro lavoro preliminare su questa roba.
Questi giorni ho la testa anche un po' sugli scout, visto che c'è l'uscita di gruppo di fine anno oggi e domani. E c'è ancora un gran lavoro da fare, per il campo, in questa situazione assurda di rotazione fra capi. Vedremo di far funzionare anche questo, la cosa più difficile è pensarci senza limitarmi a "preoccuparmi" cosa che non giova né al Reparto, né al mio lavoro qua (né a me).
Il programma di oggi prevede: provare a reperire della frutta e verdura fresca ad un mercato di prodotti locali, all'una e mezza un seminario su Dante (hanno in programma quattro canti o qualcosa del genere, si trovano ogni due giorni, sono veramente pazzi da legare!) e poi una visita guidata alla British Art Gallery. Se trovo qualche "worship" di sabato, mi infilo in qualche chiesa a caccia di riti alternativi. La sera cercherò di studiare un po' e prepararmi, psicologicamente e non a... New York! Il programma dovrebbe essere, approssimativamente: MET, Little Italy, Broadway... sono ovviamente contentissima!
giovedì 10 giugno 2010
Balance
Ieri sera, a parte le difficoltà di connessione, probabilmente relative al tempaccio, non sapevo bene che scrivere, e ho lasciato perdere. Giornata veramente pigra, ieri, con tutti i tempi rallentati, solo due orette alla Beinecke e in generale le idee non tanto chiare su cosa fare. Ma ho scritto e adesso si può dire che davvero "sto scrivendo la tesi". Ho scritto, e non solo la tesi. E' valsa la pena aspettare stamattina, perché dopo aver mandato, a vuoto un po' di tempo fa, una mail alla HDsociety, e dopo averne mandata un'altra ieri, ho ricevuto una lunghissima risposta, assolutamente incoraggiante da chi prima di me è passato per la Beinecke. C'è un grossissimo lavoro da fare per far sì che la Yale Library sputi fuori la biblioteca di H.D.: io cercherò di far venire fuori un elenco relativo ai titoli classici, nel tempo (pochissimo) che ho, sotto l'ala della HDsoc e del personale della Beinecke. Sono entusiasta, speravo in una cosa del genere, e sono soprattutto felice che in questo ambiente il lavoro di una persona, anche di una studentessa che per un mese passa di qua, non vada perduto, ma che anzi possa diventare parte importante di un progetto collettivo duraturo.
In realtà qualcosa di interessante su ieri c'è comunque: dovevo cenare con degli italiani in ri-partenza, ma Maria aveva sbagliato giorno, quindi ci siamo trovate solo io e lei. Un po' di inglese e un po' di italiano e del cibo Thai. Ho assaggiato degli involtini con dentro una purea di patate, cumino e non so che altro, e del Pad Thai con gamberi e noccioline. Praticamente delle fettuccine di riso con germogli di soia e delle verdure. Mi sono anche piaciute molto, ma devo dire che alla fine del piatto le noccioline mi hanno proprio stomacata. E il fritto dei triangoli l'ho sentito tutto! Pazza a provare... Comunque niente male nel complesso, pesantezza a parte. La conversazione è stata davvero divertente, anche questa volta: abbiamo snocciolato una serie di luoghi comuni su italiani ed americani, e il racconto di Maria che va in palestra a Firenze, dove tutti la guardano perché, pur essendo una ventiduenne magrolina fa più pesi di tutti i macho presenti, è stato davvero esilarante. Se questo tempo malefico non peggiora ulteriormente, il programma è di andare a New York questa domenica. Mi godo il poco tempo libero che mi rimane, vista la mole di lavoro appena sopraggiunta via mail.
As Lisa said: "Best (and bless you)".
In realtà qualcosa di interessante su ieri c'è comunque: dovevo cenare con degli italiani in ri-partenza, ma Maria aveva sbagliato giorno, quindi ci siamo trovate solo io e lei. Un po' di inglese e un po' di italiano e del cibo Thai. Ho assaggiato degli involtini con dentro una purea di patate, cumino e non so che altro, e del Pad Thai con gamberi e noccioline. Praticamente delle fettuccine di riso con germogli di soia e delle verdure. Mi sono anche piaciute molto, ma devo dire che alla fine del piatto le noccioline mi hanno proprio stomacata. E il fritto dei triangoli l'ho sentito tutto! Pazza a provare... Comunque niente male nel complesso, pesantezza a parte. La conversazione è stata davvero divertente, anche questa volta: abbiamo snocciolato una serie di luoghi comuni su italiani ed americani, e il racconto di Maria che va in palestra a Firenze, dove tutti la guardano perché, pur essendo una ventiduenne magrolina fa più pesi di tutti i macho presenti, è stato davvero esilarante. Se questo tempo malefico non peggiora ulteriormente, il programma è di andare a New York questa domenica. Mi godo il poco tempo libero che mi rimane, vista la mole di lavoro appena sopraggiunta via mail.
As Lisa said: "Best (and bless you)".
mercoledì 9 giugno 2010
Bibliofilia
Sale di biblioteche che sembrano alberghi di lusso, torri di scaffali in cui ti perdi dopo tre minuti! Questa è l'America, o almeno, questa è Yale.
Sono assolutamente elettrizzata da questi due giorni di studio e di giri per le biblioteche del Campus. Oggi, in tutto, ne ho viste tre diverse, cioè la Beinecke, che ormai conosco a perfezione, la Sterling (quella che sembra una cattedrale), e i cui scaffali si distribuiscono su 7 piani con relativi mezzanini, e la Bass, in cui ero già entrata, la biblioteca più nuova di Yale, con divani ad ogni angolo. Ho visto uno studente dormire a metà pomeriggio, e non sulla poltrona, ma proprio sul tavolo, segno che non serve il comfort per prendersi una pausa. Ma è una biblioteca bella grande (anche se niente di paragonabile alla Sterling) in cui puoi fare quello che vuoi praticamente indisturbato. Per essere sicura di questo fatto, ho studiato seduta per terra davanti ad uno scaffale per una buona mezz'ora almeno, oggi. Insomma, ho visto una marea di libri, questi due giorni, e di cataloghi, cartacei e informatici. Il lavoro su H.D. procede piuttosto bene, e ho finalmente iniziato a lavorare sul serio sul fondo manoscritto. Non solo sto trovando ottimo materiale per la tesi, e non solo sto cominciando a scrivere, ma ho anche trovato un paio di ottimi spunti per la tesi interna. Credo che cercherò di lavorare anche a quella, approfittando del materiale che ho a disposizione qua. Si tratta di una decina di pagine che sono state commentate solo una volta, in occasione di una ripubblicazione. Sono interessantissime, e soprattutto sono un concentrato di H.D. anche se non sono molto avanti come data. Le scoperte si fanno sempre più interessanti, e sono sempre più delle epifanie. In questo testo ci sono anche tre parole di greco. Scopro che sono parole del Vangelo di Matteo, lo stesso che ho sentito domenica. Per un quarto d'ora mi aggiro come un'idiota per la biblioteca, con la pelle d'oca e il pensiero sui mille libri di astrologia e mistica della biblioteca di H.D.
Insomma, vado e vengo dalla biblioteca senza che la cosa mi pesi troppo, anzi, e mi sembra di avere di nuovo tredici anni, quando a Poggio in biblioteca ci perdevo i pomeriggi. In più il fatto di spostarmi mi dà un po' più la percezione di una routine studentesca in cui forse posso inserirmi anche io. Oggi sono uscita dalla Bass che erano le otto e venti, e non ero affatto cotta.
Ieri invece mi sono imposta di andare ad un concerto d'organo nella prima delle due chiese che ho visitato, quindi ho anche avuto modo di vedere il pastore, alla fine: è una signora magra magra di nome Sandra, e il concerto è stato bellissimo. Bach, Hindemit, e qualcosa d'altro. Il degno coronamento di una giornata speciale. Anche se non mi aspettavo minimamente l'intensità di quella di oggi. Anche domani prevedo di muovermi un po' tra le biblioteche, in cerca di qualche altra rivelazione!
Sono assolutamente elettrizzata da questi due giorni di studio e di giri per le biblioteche del Campus. Oggi, in tutto, ne ho viste tre diverse, cioè la Beinecke, che ormai conosco a perfezione, la Sterling (quella che sembra una cattedrale), e i cui scaffali si distribuiscono su 7 piani con relativi mezzanini, e la Bass, in cui ero già entrata, la biblioteca più nuova di Yale, con divani ad ogni angolo. Ho visto uno studente dormire a metà pomeriggio, e non sulla poltrona, ma proprio sul tavolo, segno che non serve il comfort per prendersi una pausa. Ma è una biblioteca bella grande (anche se niente di paragonabile alla Sterling) in cui puoi fare quello che vuoi praticamente indisturbato. Per essere sicura di questo fatto, ho studiato seduta per terra davanti ad uno scaffale per una buona mezz'ora almeno, oggi. Insomma, ho visto una marea di libri, questi due giorni, e di cataloghi, cartacei e informatici. Il lavoro su H.D. procede piuttosto bene, e ho finalmente iniziato a lavorare sul serio sul fondo manoscritto. Non solo sto trovando ottimo materiale per la tesi, e non solo sto cominciando a scrivere, ma ho anche trovato un paio di ottimi spunti per la tesi interna. Credo che cercherò di lavorare anche a quella, approfittando del materiale che ho a disposizione qua. Si tratta di una decina di pagine che sono state commentate solo una volta, in occasione di una ripubblicazione. Sono interessantissime, e soprattutto sono un concentrato di H.D. anche se non sono molto avanti come data. Le scoperte si fanno sempre più interessanti, e sono sempre più delle epifanie. In questo testo ci sono anche tre parole di greco. Scopro che sono parole del Vangelo di Matteo, lo stesso che ho sentito domenica. Per un quarto d'ora mi aggiro come un'idiota per la biblioteca, con la pelle d'oca e il pensiero sui mille libri di astrologia e mistica della biblioteca di H.D.
Insomma, vado e vengo dalla biblioteca senza che la cosa mi pesi troppo, anzi, e mi sembra di avere di nuovo tredici anni, quando a Poggio in biblioteca ci perdevo i pomeriggi. In più il fatto di spostarmi mi dà un po' più la percezione di una routine studentesca in cui forse posso inserirmi anche io. Oggi sono uscita dalla Bass che erano le otto e venti, e non ero affatto cotta.
Ieri invece mi sono imposta di andare ad un concerto d'organo nella prima delle due chiese che ho visitato, quindi ho anche avuto modo di vedere il pastore, alla fine: è una signora magra magra di nome Sandra, e il concerto è stato bellissimo. Bach, Hindemit, e qualcosa d'altro. Il degno coronamento di una giornata speciale. Anche se non mi aspettavo minimamente l'intensità di quella di oggi. Anche domani prevedo di muovermi un po' tra le biblioteche, in cerca di qualche altra rivelazione!
martedì 8 giugno 2010
In my shoes
Alcuni giorni di freschetto, il cielo sempre pronto ad aprirsi in un acquazzone e un po' di grigio.
La mia domenica comincia col buon proposito di andare a Messa: non so decidermi tra le due cappelle universitarie, una che propone un rito ecumenico, l'altra, più vicina, un rito cattolico. Mi dico che tanto mi sembreranno strani entrambi, e sono decisamente curiosa. Il risveglio è pigro e passo vario tempo su Skype con mamma e papà: i prodigi della tecnologia! Tenerli entrambi davanti al computer venti minuti filati e riuscire a chiacchierare da un continente all'altro senza minimamente preoccuparsi dei costi o di qualunque altra cosa.
Mi dirigo alla Battell Chapel: è la chiesa centrale del Campus, quella che offre il rito ecumenico, e quella in cui sentirò il Palestrina Choir il 22 giugno. Vengo accolta con un libretto e una paletta (mi hanno raccontato di acclamazioni molto vivaci, ma quella era Harlem... a cosa mai servirà questa paletta?) che scopro presto essere un ventaglio. E tutti lo usano, nonostante la giornata non caldissima e i ventilatori che fanno il loro lavoro. Il servizio non è niente male: la musica è ottima e a livello pressoché professionale con un pastore (donna, di nuovo, di un'altezza imbarazzante) che suona i bonghi e altri strumenti esotici, la Parola che viene proclamata al centro dell'assemblea da un lettore che gira su se stesso per farsi sentire da tutti, una coppia con un pargolo piccolissimo due file davanti a me (ok, questo non c'entra nulla con il rito, va bene lo stesso). Mi presento al pastore e vado, ho un sacco di musei da vedere e cose da fare. In particolare, oggi ho in programma la collezione di strumenti e la University Art Gallery, più il museo di New Haven, con la storia del luogo, che questa domenica non fa pagare il biglietto. Faccio due isolati e la scarpa sinistra si apre in due. Benissimo, mi dico, erano proprio da buttare ormai, e adesso che faccio? Provo ad arrangiare la scarpa alla bell'e meglio e torno verso casa, visto che a metà strada ci sono alcuni negozi che possono essermi d'aiuto. Non faccio due passi che sono punto e a capo, anzi la scarpa si apre di più. Rinuncio: arrivo fino a Broadway su una scarpa sola, solo l'ultimo pezzetto è realmente un po' lurido, ma dentro il campus potrei farlo tutti i giorni. Penso che, nella stranezza della cosa, è una bella fortuna poter camminare così, scalza, senza preoccuparmi troppo: un'esperienza insolita senza dubbio. Approfitto degli sconti di un ottimo negozio di abbigliamento e materiale tecnico. Sfortunatamente non c'è molto della mia taglia, perché le cose sono davvero carine e avrei volentieri preso anche qualcosa in più.
Pranzo e poi musei come previsto: la University Art Gallery è magnifica, mi sembra incredibile che possano non far pagare un biglietto di ingresso. Il museo di New Haven, invece, è esattamente quello che mi aspettavo: la celebrazione della storia di una cittadina lungo i secoli, niente di davvero interessante, ma istruttivo per entrare nel clima del luogo. In particolare, ci sono alcune sezioni dedicati ad una rivolta di schiavi che ha poi portato al processo di integrazione, vari interni di case ricche di New Haven, una panoramica sulla storia della colonia e sulla sua vocazione marittima.
Rimango in giro fino alle otto: le campane della Harkness Tower mi tengono compagnia per ben un'ora, deliziandomi con brani come il tema del film Ghost e quel brano della Bella e la Bestia che fa "ti sorprenderà... come il sole ad est..." E' davvero divertente sentirli fatto dalle campane!
La sera, attesa con ansia, arriva finalmente! Ho appuntamento con una ragazza del dipartimento di italiano, per un po' di tandem. Lei si chiama Maria, è greco-americana studia per il dottorato. Passo un'ora serena, il fatto di potermi esprimere in italiano e la sua disponibilità mi permettono di aprirmi come voglio, mi promette di portarmi in giro qua e là e crede che sarà divertente per me uscire con lei e i suoi amici. D'altronde, lei sta portando avanti un "progetto Maria", e non vuole stressarsi troppo con lo studio. Con una considerazione che mi lascia per un attimo senza fiato mi dice: "questi anni passeranno, e posso anche diventare una professoressa bravissima, ma è adesso che devo stare con la mia famiglia e vivere! probabilmente sarò anche una professoressa migliore!" Il ragionamento, al di là dell'autoevidenza, non è banale, mi spiega che loro dottorandi sono davvero stressati e fare humanities qui significa lavorare davvero sodo, non come quelli che fanno scienze ("per questo vado a vivere da sola, ho bisogno di tranquillità"). Del resto siamo dall'altra parte del mondo, tutto è possibile!
Torno a casa che è già scuro, ma un felice insieme di coincidenze mi permette di approfittare dello shuttle di Yale, torno con Sara e mi avvento su una sorta di strudel di verdure preparato all'ora di pranzo. Non è un granché, è senza sale e mezzo crudo, ma pensate alla faccia delle americane quando l'ho sfornato!
La mia domenica comincia col buon proposito di andare a Messa: non so decidermi tra le due cappelle universitarie, una che propone un rito ecumenico, l'altra, più vicina, un rito cattolico. Mi dico che tanto mi sembreranno strani entrambi, e sono decisamente curiosa. Il risveglio è pigro e passo vario tempo su Skype con mamma e papà: i prodigi della tecnologia! Tenerli entrambi davanti al computer venti minuti filati e riuscire a chiacchierare da un continente all'altro senza minimamente preoccuparsi dei costi o di qualunque altra cosa.
Mi dirigo alla Battell Chapel: è la chiesa centrale del Campus, quella che offre il rito ecumenico, e quella in cui sentirò il Palestrina Choir il 22 giugno. Vengo accolta con un libretto e una paletta (mi hanno raccontato di acclamazioni molto vivaci, ma quella era Harlem... a cosa mai servirà questa paletta?) che scopro presto essere un ventaglio. E tutti lo usano, nonostante la giornata non caldissima e i ventilatori che fanno il loro lavoro. Il servizio non è niente male: la musica è ottima e a livello pressoché professionale con un pastore (donna, di nuovo, di un'altezza imbarazzante) che suona i bonghi e altri strumenti esotici, la Parola che viene proclamata al centro dell'assemblea da un lettore che gira su se stesso per farsi sentire da tutti, una coppia con un pargolo piccolissimo due file davanti a me (ok, questo non c'entra nulla con il rito, va bene lo stesso). Mi presento al pastore e vado, ho un sacco di musei da vedere e cose da fare. In particolare, oggi ho in programma la collezione di strumenti e la University Art Gallery, più il museo di New Haven, con la storia del luogo, che questa domenica non fa pagare il biglietto. Faccio due isolati e la scarpa sinistra si apre in due. Benissimo, mi dico, erano proprio da buttare ormai, e adesso che faccio? Provo ad arrangiare la scarpa alla bell'e meglio e torno verso casa, visto che a metà strada ci sono alcuni negozi che possono essermi d'aiuto. Non faccio due passi che sono punto e a capo, anzi la scarpa si apre di più. Rinuncio: arrivo fino a Broadway su una scarpa sola, solo l'ultimo pezzetto è realmente un po' lurido, ma dentro il campus potrei farlo tutti i giorni. Penso che, nella stranezza della cosa, è una bella fortuna poter camminare così, scalza, senza preoccuparmi troppo: un'esperienza insolita senza dubbio. Approfitto degli sconti di un ottimo negozio di abbigliamento e materiale tecnico. Sfortunatamente non c'è molto della mia taglia, perché le cose sono davvero carine e avrei volentieri preso anche qualcosa in più.
Pranzo e poi musei come previsto: la University Art Gallery è magnifica, mi sembra incredibile che possano non far pagare un biglietto di ingresso. Il museo di New Haven, invece, è esattamente quello che mi aspettavo: la celebrazione della storia di una cittadina lungo i secoli, niente di davvero interessante, ma istruttivo per entrare nel clima del luogo. In particolare, ci sono alcune sezioni dedicati ad una rivolta di schiavi che ha poi portato al processo di integrazione, vari interni di case ricche di New Haven, una panoramica sulla storia della colonia e sulla sua vocazione marittima.Rimango in giro fino alle otto: le campane della Harkness Tower mi tengono compagnia per ben un'ora, deliziandomi con brani come il tema del film Ghost e quel brano della Bella e la Bestia che fa "ti sorprenderà... come il sole ad est..." E' davvero divertente sentirli fatto dalle campane!
La sera, attesa con ansia, arriva finalmente! Ho appuntamento con una ragazza del dipartimento di italiano, per un po' di tandem. Lei si chiama Maria, è greco-americana studia per il dottorato. Passo un'ora serena, il fatto di potermi esprimere in italiano e la sua disponibilità mi permettono di aprirmi come voglio, mi promette di portarmi in giro qua e là e crede che sarà divertente per me uscire con lei e i suoi amici. D'altronde, lei sta portando avanti un "progetto Maria", e non vuole stressarsi troppo con lo studio. Con una considerazione che mi lascia per un attimo senza fiato mi dice: "questi anni passeranno, e posso anche diventare una professoressa bravissima, ma è adesso che devo stare con la mia famiglia e vivere! probabilmente sarò anche una professoressa migliore!" Il ragionamento, al di là dell'autoevidenza, non è banale, mi spiega che loro dottorandi sono davvero stressati e fare humanities qui significa lavorare davvero sodo, non come quelli che fanno scienze ("per questo vado a vivere da sola, ho bisogno di tranquillità"). Del resto siamo dall'altra parte del mondo, tutto è possibile!
Torno a casa che è già scuro, ma un felice insieme di coincidenze mi permette di approfittare dello shuttle di Yale, torno con Sara e mi avvento su una sorta di strudel di verdure preparato all'ora di pranzo. Non è un granché, è senza sale e mezzo crudo, ma pensate alla faccia delle americane quando l'ho sfornato!
domenica 6 giugno 2010
Venerdì (e sabato)
Stamattina non sono riuscita a scrivere come mio solito... né ieri sera, che ero davvero cotta, a dire la verità già alle due del pomeriggio. Ho fatto degli sforzi consistenti per non andare a dormire alle otto. E in generale la giornata è stata strana. A quanto pare mi dovrò abituare a questo alternarsi di euforia e scoperta e momenti di maggiore solitudine, diffidenza e grigiore. Ieri è stata una di quelle giornate. Mi sono sentita orfana della biblioteca troppo presto e, in ogni caso, non avrei avuto le forze per andare avanti! Per cui, la giornata è andata avanti un po' così tra alterne gioie (l'aver sentito praticamente tutti a casa!) e alterno sconforto (la solitudine di uscire sfatta - oltre che soddisfatta, e di non avere un accidente da fare...
In ogni caso: la ricerca procede, bene, ho finito di vedere la rivista di cui scrivevo, e ho visto TUTTE le copie di Hilda di Hippolytus Temporizes. Sono piene di annotazioni, è stato abbastanza interessante, anche se non ho scoperto assolutamente nulla di nuovo: la versione che ho letto io (e che ho ordinato da Barnes and Noble) tiene conto di questi appunti, da molti anni a questa parte.
Ma se stamattina non sono riuscita a scrivere, non è stato per eccesso di solitudine o tristezza, anzi, per l'esatto opposto: mi sono svegliata con un programma semplice ma chiaro. Avevo intenzione di partecipare ad una delle visite guidate del cimitero (alle 11) e ad una di quelle della University Art Gallery. Giornata leggermente coperta, stamattina. Faccio un po' di cose solite (incluso, visto che è sabato, perdere un po' di tempo con Restaurant City), poi incrocio Kate e cominciamo a chiacchierare... abbiamo spostato alcuni vasi, mi ha spiegato da dove arrivano la maggiorparte delle "stranezze" della casa, e mi ha anche fatto vedere qualche foto di dove si trovavano in passato. Una buona parte le ha messe insieme lei stessa, viaggiando qua e là (in Africa, per esempio), ma molte altre sono di famiglia: un quadro credo del 1700, unico superstite di una collezione venduta per intero anni e anni fa, diversi pezzi di arredamento, che ho visto nel loro contesto originale, estremamente caricato e formale (i due alari che si vedono in una delle foto), alcuni cestini dei nativi della California, qualche totem... Kate era molto contenta di raccontare, e io di stare a sentirla, scoprire e fare un po' di conversazione.
Ho visto il cimitero, ma purtroppo da sola. Per qualche ragione oggi i tour non sono partiti. Poi ho continuato ad esplorare il campus, sono arrivata fino alla parte scientifica: per certi versi è anche più bella della parte antica, quella dei college, visto che sembra un parco, tutti gli istituti sono completamente immersi nel verde.
Ho visto la parte ad est del campus, con i suoi negozi (e c'è un megastore cinese incredibile! ho già deciso che mi compro un cestino di bambù per la cottura a vapore!), sono incappata in una manifestazione artistica, con alcuni musicisti e un sacco di bambini qua e là.
La chiesa al centro del Green (il parco centrale di New Haven), con la sua cripta (per chi conosce Cristo Re: è uguale al sotto chiesa, solo con il soffitto più basso e delle tombe ovunque: niente a che fare con il nostro concetto di "cripta"). Prima di uscire ci viene mostrata una targa con i nomi dei pastori di questa chiesa. Mi stupisco, ingenuamente, di trovare due nomi femminili, alla fine, quindi attualmente il pastore di quella chiesa è una donna.
Il museo dell'Università: è stato un tour interessantissimo, ma di certo ci dovrò tornare Per quanto ridotta (stanno restaurando), la collezione ha molte cose interessanti, anche se niente di incredibilmente famoso. E' stato istruttivo vedere come la cultura artistica, occidentale e non, viene presentata da un americano. Non era uno specialista, a quanto ho capito, ma devo dire che se l'è cavata abbastanza bene. Soltanto, ho avuto da sorridere su alcune ingenuità: l'arte preumanista d'ispirazione bizantina è diventata un, semplicemente, "si sono dimenticati la prospettiva", e di fronte al capitolo Umanesimo-Rinascimento ci soffermiamo a lungo su un Pollaiolo ("Polliòlo) che, ok, è l'unico in America, ma è francamente bruttino, trascurando completamente un Donatello (anche se probabilmente di bottega o giovanile). Stessa scena di fronte a due Rubens e ad un meraviglioso Millet. Del resto, ci era stato detto che il tour sarebbe stato selettivo, e non abbiamo di certo evitato una panoramica sull'arte antica, quella africana, quella orientale, infine un Van Gogh e un Cezanne. Da rivedere, senza dubbio.
Torno a mangiare al Booktrader Cafè, con l'intenzione di prendere la Quinoa... che purtroppo oggi non hanno. Mi "accontento" del panino vegetariano della volta scorsa, felice di fare il pieno di proteine ecosostenibili, e stavolta mi pare anche più buono della volta scorsa. Ci aggiungo un banana-bread con noci. Niente male davvero. Esco con le idee relativamente poco chiare: penso che potrei approfittare per vedere anche la Sterling o la Bass Library. Le prime gocce di pioggia corroborano la mia decisione: in breve sta piovendo a dirotto, e anche se sono sicura che non durerà molto, mi infilo appena riesco al coperto. Passo circa un'ora dentro una biblioteca eccezionale, con aulette per lo studio di gruppo, i corsi, ma anche lo studio individuale. E con divani e poltrone dappertutto. Non sto scherzando. E' il posto che ho sempre sognato: si può andare a scaffale, prendere un libro, metterti in poltrona, leggere. Una favola. Durante l'anno accademico questa biblioteca è aperta fino a notte fonda.
Passo il resto del pomeriggio a girellare ulteriormente. Entro per la prima volta in un vero e proprio supermercato americano, anzi in due. Se avevo avuto delle difficoltà di approccio e orientamento nelle "groceries" dei giorni scorsi, qua è pazzesco. In realtà decido di fare abbastanza alla svelta. Compro un paio di cose per me ad un prezzo decisamente competitivo (un bagnoschiuma, degli accessori per capelli, dei sacchetti per il frigo), ma appena mi rendo conto che il cibo consiste di sole scatole o preparati per papponi o cose tipo wafer rosa shocking decido di risparmiarmi la sofferenza e passo oltre. In ogni caso, se volessi della pasta ad un prezzo meno vertiginoso, qua posso trovarla senza problemi. Mi infilo in un fornitissimo negozio di dischi, e nuovamente da Barnes and Nobles, decido che insieme al libro che ho ordinato, quando arriverà, mi prenderò anche la LOEB (è l'unico testo greco di Ippolito che hanno! non c'è nemmeno un'economica che lo riporti).
Torno a casa, e una doccia è proprio quello che ci vuole. Ora sono qui, il Dottor House di là che salva casi rari e di nuovo un po' di pioggia. Oggi sono serena.
In ogni caso: la ricerca procede, bene, ho finito di vedere la rivista di cui scrivevo, e ho visto TUTTE le copie di Hilda di Hippolytus Temporizes. Sono piene di annotazioni, è stato abbastanza interessante, anche se non ho scoperto assolutamente nulla di nuovo: la versione che ho letto io (e che ho ordinato da Barnes and Noble) tiene conto di questi appunti, da molti anni a questa parte.
Ma se stamattina non sono riuscita a scrivere, non è stato per eccesso di solitudine o tristezza, anzi, per l'esatto opposto: mi sono svegliata con un programma semplice ma chiaro. Avevo intenzione di partecipare ad una delle visite guidate del cimitero (alle 11) e ad una di quelle della University Art Gallery. Giornata leggermente coperta, stamattina. Faccio un po' di cose solite (incluso, visto che è sabato, perdere un po' di tempo con Restaurant City), poi incrocio Kate e cominciamo a chiacchierare... abbiamo spostato alcuni vasi, mi ha spiegato da dove arrivano la maggiorparte delle "stranezze" della casa, e mi ha anche fatto vedere qualche foto di dove si trovavano in passato. Una buona parte le ha messe insieme lei stessa, viaggiando qua e là (in Africa, per esempio), ma molte altre sono di famiglia: un quadro credo del 1700, unico superstite di una collezione venduta per intero anni e anni fa, diversi pezzi di arredamento, che ho visto nel loro contesto originale, estremamente caricato e formale (i due alari che si vedono in una delle foto), alcuni cestini dei nativi della California, qualche totem... Kate era molto contenta di raccontare, e io di stare a sentirla, scoprire e fare un po' di conversazione.
Ho visto il cimitero, ma purtroppo da sola. Per qualche ragione oggi i tour non sono partiti. Poi ho continuato ad esplorare il campus, sono arrivata fino alla parte scientifica: per certi versi è anche più bella della parte antica, quella dei college, visto che sembra un parco, tutti gli istituti sono completamente immersi nel verde.
Ho visto la parte ad est del campus, con i suoi negozi (e c'è un megastore cinese incredibile! ho già deciso che mi compro un cestino di bambù per la cottura a vapore!), sono incappata in una manifestazione artistica, con alcuni musicisti e un sacco di bambini qua e là.
La chiesa al centro del Green (il parco centrale di New Haven), con la sua cripta (per chi conosce Cristo Re: è uguale al sotto chiesa, solo con il soffitto più basso e delle tombe ovunque: niente a che fare con il nostro concetto di "cripta"). Prima di uscire ci viene mostrata una targa con i nomi dei pastori di questa chiesa. Mi stupisco, ingenuamente, di trovare due nomi femminili, alla fine, quindi attualmente il pastore di quella chiesa è una donna.
Il museo dell'Università: è stato un tour interessantissimo, ma di certo ci dovrò tornare Per quanto ridotta (stanno restaurando), la collezione ha molte cose interessanti, anche se niente di incredibilmente famoso. E' stato istruttivo vedere come la cultura artistica, occidentale e non, viene presentata da un americano. Non era uno specialista, a quanto ho capito, ma devo dire che se l'è cavata abbastanza bene. Soltanto, ho avuto da sorridere su alcune ingenuità: l'arte preumanista d'ispirazione bizantina è diventata un, semplicemente, "si sono dimenticati la prospettiva", e di fronte al capitolo Umanesimo-Rinascimento ci soffermiamo a lungo su un Pollaiolo ("Polliòlo) che, ok, è l'unico in America, ma è francamente bruttino, trascurando completamente un Donatello (anche se probabilmente di bottega o giovanile). Stessa scena di fronte a due Rubens e ad un meraviglioso Millet. Del resto, ci era stato detto che il tour sarebbe stato selettivo, e non abbiamo di certo evitato una panoramica sull'arte antica, quella africana, quella orientale, infine un Van Gogh e un Cezanne. Da rivedere, senza dubbio.
Torno a mangiare al Booktrader Cafè, con l'intenzione di prendere la Quinoa... che purtroppo oggi non hanno. Mi "accontento" del panino vegetariano della volta scorsa, felice di fare il pieno di proteine ecosostenibili, e stavolta mi pare anche più buono della volta scorsa. Ci aggiungo un banana-bread con noci. Niente male davvero. Esco con le idee relativamente poco chiare: penso che potrei approfittare per vedere anche la Sterling o la Bass Library. Le prime gocce di pioggia corroborano la mia decisione: in breve sta piovendo a dirotto, e anche se sono sicura che non durerà molto, mi infilo appena riesco al coperto. Passo circa un'ora dentro una biblioteca eccezionale, con aulette per lo studio di gruppo, i corsi, ma anche lo studio individuale. E con divani e poltrone dappertutto. Non sto scherzando. E' il posto che ho sempre sognato: si può andare a scaffale, prendere un libro, metterti in poltrona, leggere. Una favola. Durante l'anno accademico questa biblioteca è aperta fino a notte fonda.
Passo il resto del pomeriggio a girellare ulteriormente. Entro per la prima volta in un vero e proprio supermercato americano, anzi in due. Se avevo avuto delle difficoltà di approccio e orientamento nelle "groceries" dei giorni scorsi, qua è pazzesco. In realtà decido di fare abbastanza alla svelta. Compro un paio di cose per me ad un prezzo decisamente competitivo (un bagnoschiuma, degli accessori per capelli, dei sacchetti per il frigo), ma appena mi rendo conto che il cibo consiste di sole scatole o preparati per papponi o cose tipo wafer rosa shocking decido di risparmiarmi la sofferenza e passo oltre. In ogni caso, se volessi della pasta ad un prezzo meno vertiginoso, qua posso trovarla senza problemi. Mi infilo in un fornitissimo negozio di dischi, e nuovamente da Barnes and Nobles, decido che insieme al libro che ho ordinato, quando arriverà, mi prenderò anche la LOEB (è l'unico testo greco di Ippolito che hanno! non c'è nemmeno un'economica che lo riporti).
Torno a casa, e una doccia è proprio quello che ci vuole. Ora sono qui, il Dottor House di là che salva casi rari e di nuovo un po' di pioggia. Oggi sono serena.
venerdì 4 giugno 2010
Yale Bells
Queste sono le campane della Harkness Tower, che mi hanno accompagnato all'uscita dalla Beinecke, in una giornata folgorante, più di ieri. La ricerca (onestamente mi pare anche troppo chiamarla così, per i miei modesti scopi, ma in questo momento è quello che è, con umiltà ed entusiasmo) sta procedendo da sola, mi pare di seguirla dove vuole lei più che dirigerla. Il che, stranamente, non vuol dire divagazioni, ma è come un fiume che ha un suo letto e che pian piano lo riempie col suo corso, fresco e vitale, inarrestabile.
Sono partita da un volume dedicato al Classicismo di H.D., specificamente, al suo "mondo classico". Un libro che, per essere piuttosto datato, è ancora assai interessante, per come sistema gli argomenti. Ho continuato con una rivista che inseguivo da Padova, e anche qui non è stato facile averla: prima si sono persi la cedolina, poi hanno sbagliato box, e alla fine ho dovuto scegliere cosa portarmi sul tavolo. Con quello, quindi, finirò domani. Ma la cosa più bella è che, sulla scia di questa rivista, ho richiesto il primo manoscritto! Si tratta di un'edizione di Euripide (solo l'inglese) annotata da H.D. Ho preso un po' di appunti, è abbastanza interessante vedere i frutti della sua lettura. E poi, sul retro della copertina, un suo schizzo (quello che poi diventerà Elena in Egitto). Non è esattamente quello che sto studiando io, ma ho letto quei versi (quelli pubblicati), e sono proprio belli. La sua scrittura è pressoché illeggibile. Fortuna che ci ha già pensato qualcun altro.
Per il resto: mega riunione in conferenza Italia-Olanda-America, per la serie: gli oceani non fermano le nostre staff! Finalmente una connessione con cui si può fare davvero quello che si vuole.
Non molto altro. Del riso al latte di cocco, e un'altra cagnolona ospite da noi questi giorni (è del figlio di Kate).
Buonanotte a me, che ora me ne vado a letto, e buona giornata a voi, che mi leggete al mattino!
giovedì 3 giugno 2010
Beinecke Day
La giornata di ieri è stata grandiosa!
Anche se sono partita da casa un po' più tardi del previsto, la giornata è stata produttiva e soddisfacente. La mattina ho finito di consultare la HD Newsletter, ho pranzato al Booktrader cafè con un panino vegetariano, e la connessione wireless. Qua nessuno si stupisce se ti schiaffi in un bar per delle ore a farti gli affari tuoi, anzi. Ci sono dei cartelli che pregano le persone di lasciare posto all'ora di pranzo per chi mangia, e acqua e caffè sempre a disposizione.
Mentre mangiavo, ho visto anche i numeri online di quella newsletter e poi sono tornata in biblioteca. Ho consultato un'altra rivista da cima a fondo (tutti i voti degli anni di college di Hilda!), e poi sono uscita alle sei e mezza.
Sono entrata in un negozio di abbigliamento, ho constatato che non mi sarei mai messa addosso almeno i tre quarti della roba esposta. Poi ho fatto un po' di spesa. Ho preso dell'olio, alla fine, ma ho poi scoperto che non ha nessun genere di odore. Altrettanto per il sapore, ovviamente.
Tornata a casa c'era Sara che cucinava! E non molto più tardi è rientrata Kate. Ho avuto modo di scambiare qualche chiacchiera con loro, Sara mi ha spiegato dove va lei a fare la spesa, poi ho visto un telefilm online e sono crollata.
Spero di bissare oggi, quindi non mi dilungo oltre e corro alla Beinecke!
Anche se sono partita da casa un po' più tardi del previsto, la giornata è stata produttiva e soddisfacente. La mattina ho finito di consultare la HD Newsletter, ho pranzato al Booktrader cafè con un panino vegetariano, e la connessione wireless. Qua nessuno si stupisce se ti schiaffi in un bar per delle ore a farti gli affari tuoi, anzi. Ci sono dei cartelli che pregano le persone di lasciare posto all'ora di pranzo per chi mangia, e acqua e caffè sempre a disposizione.
Mentre mangiavo, ho visto anche i numeri online di quella newsletter e poi sono tornata in biblioteca. Ho consultato un'altra rivista da cima a fondo (tutti i voti degli anni di college di Hilda!), e poi sono uscita alle sei e mezza.
Sono entrata in un negozio di abbigliamento, ho constatato che non mi sarei mai messa addosso almeno i tre quarti della roba esposta. Poi ho fatto un po' di spesa. Ho preso dell'olio, alla fine, ma ho poi scoperto che non ha nessun genere di odore. Altrettanto per il sapore, ovviamente.
Tornata a casa c'era Sara che cucinava! E non molto più tardi è rientrata Kate. Ho avuto modo di scambiare qualche chiacchiera con loro, Sara mi ha spiegato dove va lei a fare la spesa, poi ho visto un telefilm online e sono crollata.
Spero di bissare oggi, quindi non mi dilungo oltre e corro alla Beinecke!
mercoledì 2 giugno 2010
Approaching Hilda
Ieri è stata una giornata strana, un po' chiaroscuro, con il tempo che sembrava pessimo al mattino, e mai l'avessi fatto di coprirmi un po' di più, si moriva di caldo! Poi sole e vento e infine un fantastico, per quanto brevissimo, temporale. Un caldo allucinante. Io che sono partita entusiasta, vado a fare la registrazione per entrare alla Sterling,
e mi dicono che devo fare la richiesta almeno per tre mesi o non se ne fa nulla. Sono andata via con la coda e le orecchie giù (ci mancava giusto il labbro che tremolava). Mi infilo dentro la Beinecke per consolarmi, e ci riesco! Il personale è gentilissimo, la registrazione davvero rapida e in breve ho quello che mi serve tra le mani. Poi rientro a casa, e oggi mi sento più inquieta dei giorni scorsi, forse mi sento un po' sola. Sono rientrata troppo presto e la sera non passa più. Fortunatamente il risveglio è molto più sereno oggi, ho scambiato due chiacchiere con la padrona di casa, c'è il sole, Star si aggira guardandomi fare colazione con delle gallette di riso alte due centimetri e della marmellata che non è male (e visto l'ultima schifezza che ho comprato da Auchan, direi che anzi è decisamente buona).
E sempre ieri, ho cominciato la mattina con un tour per il campus. Ho pensato, sarà anche una cosa da turisti, ma almeno vedo un po' gli spazi. Invece anche molti aspiranti studenti di Yale apprezzano questi tour. La piacevole sorpresa è stata che la guida era una studentessa di Yale, ed era particolarmente entusiasta di portarci su e giù. Niente male, insomma! Ho visto gli spazi interni al campus, e siamo entrati nelle principali biblioteche. Qua con uno Yale ID puoi fare qualunque cosa, e davvero c'è un'attenzione per lo studente che è incredibile. Hanno il concetto che l'Università deve essere un fatto di identità e di formazione, oltre che di istruzione. E poi c'è la torre con le campane suonabili (quindi non me l'ero sognata, domenica sera!), mi hanno detto che accettano richieste. Devo capire come farlo!
Altro capitolo rilevante di ieri, dopo una doccia e un altro pranzo a peso (questa volta con dell'ottimo sushi vegetariano e della patata dolce), la Beinecke. Il posto è splendido, è la biblioteca più luminosa che abbia mai visto, e insieme al materiale che richiedi ti danno dei pezzi di gommapiuma per evitare che i libri si spancino e delle fascette che sono fatte un po' come dei calzini pieni di qualcosa di simile a delle biglie, per tenere aperti i libri senza rovinarli. Non possiamo usare penne, ma solo matite, quindi dovrò procurarmi una matita in grazia di Dio con cui scrivere a lungo, oppure prendere appunti direttamente sul computer.
Ho consultato il primo numero della HD Newsletter, e ho letto un articolo dedicato ai suoi anni di preparazione al College: era una studentessa di carattere, benvoluta e con risultati anche molto buoni.
Qui a lato vedete gli scaffali: la sala studio è sotto, questo è solo il piano delle esposizioni, ma è bella altrettanto.
Oggi confido di passarci tutta la giornata, quindi vado ad attuare questo proposito!
e mi dicono che devo fare la richiesta almeno per tre mesi o non se ne fa nulla. Sono andata via con la coda e le orecchie giù (ci mancava giusto il labbro che tremolava). Mi infilo dentro la Beinecke per consolarmi, e ci riesco! Il personale è gentilissimo, la registrazione davvero rapida e in breve ho quello che mi serve tra le mani. Poi rientro a casa, e oggi mi sento più inquieta dei giorni scorsi, forse mi sento un po' sola. Sono rientrata troppo presto e la sera non passa più. Fortunatamente il risveglio è molto più sereno oggi, ho scambiato due chiacchiere con la padrona di casa, c'è il sole, Star si aggira guardandomi fare colazione con delle gallette di riso alte due centimetri e della marmellata che non è male (e visto l'ultima schifezza che ho comprato da Auchan, direi che anzi è decisamente buona).E sempre ieri, ho cominciato la mattina con un tour per il campus. Ho pensato, sarà anche una cosa da turisti, ma almeno vedo un po' gli spazi. Invece anche molti aspiranti studenti di Yale apprezzano questi tour. La piacevole sorpresa è stata che la guida era una studentessa di Yale, ed era particolarmente entusiasta di portarci su e giù. Niente male, insomma! Ho visto gli spazi interni al campus, e siamo entrati nelle principali biblioteche. Qua con uno Yale ID puoi fare qualunque cosa, e davvero c'è un'attenzione per lo studente che è incredibile. Hanno il concetto che l'Università deve essere un fatto di identità e di formazione, oltre che di istruzione. E poi c'è la torre con le campane suonabili (quindi non me l'ero sognata, domenica sera!), mi hanno detto che accettano richieste. Devo capire come farlo!
Altro capitolo rilevante di ieri, dopo una doccia e un altro pranzo a peso (questa volta con dell'ottimo sushi vegetariano e della patata dolce), la Beinecke. Il posto è splendido, è la biblioteca più luminosa che abbia mai visto, e insieme al materiale che richiedi ti danno dei pezzi di gommapiuma per evitare che i libri si spancino e delle fascette che sono fatte un po' come dei calzini pieni di qualcosa di simile a delle biglie, per tenere aperti i libri senza rovinarli. Non possiamo usare penne, ma solo matite, quindi dovrò procurarmi una matita in grazia di Dio con cui scrivere a lungo, oppure prendere appunti direttamente sul computer.
Ho consultato il primo numero della HD Newsletter, e ho letto un articolo dedicato ai suoi anni di preparazione al College: era una studentessa di carattere, benvoluta e con risultati anche molto buoni. Qui a lato vedete gli scaffali: la sala studio è sotto, questo è solo il piano delle esposizioni, ma è bella altrettanto.
Oggi confido di passarci tutta la giornata, quindi vado ad attuare questo proposito!
martedì 1 giugno 2010
Walkin' around
E a proposito di paradossi... Non ho ancora spiegato il titolo di questo blog. Immaginate di aver attraversato l'oceano e i continenti, di avere alle spalle una giornata di 30 ore invece delle solite 24. Di trovarvi in un paese di cui conoscete la lingua, ma che suonava proprio meglio quando la parlavano piano e senza questo orribile accento americano (vabbè che la vita in Veneto mi ha abituata ad ogni genere di buffa cadenza...). Immaginate di trovarvi in una casa singolare, piena di oggetti da ogni parte del mondo, con uno (o due o tre) intensi odori e degli scalini scricchiolanti. Un sacco di "opere d'arte" dappertutto. Immaginate di avere voglia di fracassarvi sul letto. Al tempo stesso, wow, hai due ragazze americane che ti accolgono! Mi sento dentro il telefilm Felicity o qualcosa del genere. "Da dove arrivi, come stai?" "Sai, dovresti proprio provare la pizza! Conosci la pizza?" Bocca spalancata stile pesce lesso, un sorriso sardonico. "Non devi spiegarmi cos'è la pizza, sono italiana" "Ah sì? Pensavo che fosse una cosa americana" "Ah ma quella italiana è una cosa completamente diversa" fa l'altra, saggiamente. Vi lascio immaginare il mio divertimento di fronte a questa conversazione. Ovviamente Paolo mi aveva già raccontato di storie simili, cosa che se possibile ha solo moltiplicato il mio divertimento.
Durante la giornata di ieri non ho fatto molto di sostanziale. Avevo deciso di ambientarmi, semplicemente, girando un po' qua e là, facendo qualche acquisto.
Ho fatto colazione in un posto qua vicino, un negozio che si chiama Au Bon Pain. Il fatto che appartenga ad una catena un po' mi disturba, ma questo mi aiuta a capire gli ingredienti delle cose in vendita, se capire si può dire, vista la quantità di strani additivi che TUTTO ha. Opto per un accattivante Bagel con i semi di papavero. Lo prendo "plain", senza strane salse o ingredienti che la mattina (nemmeno se a casa è in realtà ora di pranzo!) non vorrei mai vedere nel mio piatto. Mi compiaccio della scelta e della gustosa scoperta, l'esperimento è da ripetere. Continuo a camminare qua e là. I negozi sono per la maggiorparte ancora chiusi, ma le librerie sono già aperte, visto che quasi tutte sono anche caffè. E sono pieni di gente che approfitta delle wireless, disponibili ovunque.
Capito davanti alla Beinecke senza quasi nemmeno accorgermene. La piazza davanti è più piccola di quel che mi era parsa in foto, e tutto sommato l'edificio non è nemmeno così terribile, nonostante la geometria. Vedo anche la Sterling, tutto un altro stile. Mi incuriosisce davvero, con dei lucidi disegnati di cose "gotiche" sulle finestre. Perdo una mezza mattina dentro Barnes and Noble. E' una libreria enorme con il merchandising di Yale. Hanno qualsiasi cosa là dentro. Esco con delle parole crociate che pago più di quanto vedo scritto in copertina per delle tasse aggiunte in cassa. Questo sistema americano è piuttosto fastidioso, spero di venirne a capo in fretta. Giro e girello, tra vetrine buffe (e da quello che vedo nei negozi mi dico che la mia padrona di casa non ha gusti così strani rispetto alla media, allora!), edifici di culto e il vecchio campus. Decido di pranzare nel posto dove a sera farò un po' di spesa. Mangio "a peso": aggiungo tanta insalata, che tanto non incrementerà molto il prezzo "per pound". Provo a fare le mie crosswords, mi rendo conto che l'ottimismo è il profumo della vita! Controllo di tanto in tanto le mie soluzioni: mi accontento di una decina scarsa di risposte corrette. La giornata prosegue in questo modo, girando un po' casualmente, stupendomi di tutto. C'è il sole, ma dall'ora di pranzo si alza un po' di vento e a sera fa quasi freddo. Torno a casa con due sacchettini: disgustata dall'idea di un ragù venduto in barattolo da mezzo chilo e "flavoured" a chissà cosa, mi accontento della rassicurante (!) salsa di soia, un po' di riso, delle gallette, della verdura in barattolo (neanche troppo economica, e per il momento non sembra esserci verso di trovare altro), un pacco di farina, che almeno è sicuramente commestibile in qualche maniera. Anche questa è potenziata con ogni sorta di vitamine e diavolerie.
Passo la sera scrivendo e chattando, mi faccio la cena, guardo un po' di tv (One Tree Hill, per i fanatici). Faccio un po' di conoscenza con le altre ragazze. Alison mi spiega che ha vissuto due anni in Brasile, capisce il mio disagio con la lingua. Sara, invece, ha passato un periodo in Germania. Anche lei studia alla Beinecke. Finalmente conosco anche Kate, la proprietaria e Star, il suo cane. Ha passato il fine settimana in montagna, è davvero stanchissima. Vado a letto verso le undici, soddisfatta.
Durante la giornata di ieri non ho fatto molto di sostanziale. Avevo deciso di ambientarmi, semplicemente, girando un po' qua e là, facendo qualche acquisto.
Ho fatto colazione in un posto qua vicino, un negozio che si chiama Au Bon Pain. Il fatto che appartenga ad una catena un po' mi disturba, ma questo mi aiuta a capire gli ingredienti delle cose in vendita, se capire si può dire, vista la quantità di strani additivi che TUTTO ha. Opto per un accattivante Bagel con i semi di papavero. Lo prendo "plain", senza strane salse o ingredienti che la mattina (nemmeno se a casa è in realtà ora di pranzo!) non vorrei mai vedere nel mio piatto. Mi compiaccio della scelta e della gustosa scoperta, l'esperimento è da ripetere. Continuo a camminare qua e là. I negozi sono per la maggiorparte ancora chiusi, ma le librerie sono già aperte, visto che quasi tutte sono anche caffè. E sono pieni di gente che approfitta delle wireless, disponibili ovunque.Capito davanti alla Beinecke senza quasi nemmeno accorgermene. La piazza davanti è più piccola di quel che mi era parsa in foto, e tutto sommato l'edificio non è nemmeno così terribile, nonostante la geometria. Vedo anche la Sterling, tutto un altro stile. Mi incuriosisce davvero, con dei lucidi disegnati di cose "gotiche" sulle finestre. Perdo una mezza mattina dentro Barnes and Noble. E' una libreria enorme con il merchandising di Yale. Hanno qualsiasi cosa là dentro. Esco con delle parole crociate che pago più di quanto vedo scritto in copertina per delle tasse aggiunte in cassa. Questo sistema americano è piuttosto fastidioso, spero di venirne a capo in fretta. Giro e girello, tra vetrine buffe (e da quello che vedo nei negozi mi dico che la mia padrona di casa non ha gusti così strani rispetto alla media, allora!), edifici di culto e il vecchio campus. Decido di pranzare nel posto dove a sera farò un po' di spesa. Mangio "a peso": aggiungo tanta insalata, che tanto non incrementerà molto il prezzo "per pound". Provo a fare le mie crosswords, mi rendo conto che l'ottimismo è il profumo della vita! Controllo di tanto in tanto le mie soluzioni: mi accontento di una decina scarsa di risposte corrette. La giornata prosegue in questo modo, girando un po' casualmente, stupendomi di tutto. C'è il sole, ma dall'ora di pranzo si alza un po' di vento e a sera fa quasi freddo. Torno a casa con due sacchettini: disgustata dall'idea di un ragù venduto in barattolo da mezzo chilo e "flavoured" a chissà cosa, mi accontento della rassicurante (!) salsa di soia, un po' di riso, delle gallette, della verdura in barattolo (neanche troppo economica, e per il momento non sembra esserci verso di trovare altro), un pacco di farina, che almeno è sicuramente commestibile in qualche maniera. Anche questa è potenziata con ogni sorta di vitamine e diavolerie.
Passo la sera scrivendo e chattando, mi faccio la cena, guardo un po' di tv (One Tree Hill, per i fanatici). Faccio un po' di conoscenza con le altre ragazze. Alison mi spiega che ha vissuto due anni in Brasile, capisce il mio disagio con la lingua. Sara, invece, ha passato un periodo in Germania. Anche lei studia alla Beinecke. Finalmente conosco anche Kate, la proprietaria e Star, il suo cane. Ha passato il fine settimana in montagna, è davvero stanchissima. Vado a letto verso le undici, soddisfatta.
La giornata più lunga della mia vita
Così, tralasciando i giorni della settimana scorsa, la cui frenesia è ben documentata su Facebook, mi sposto dritta a ieri: il grande giorno, il 30 maggio che da mesi aspettavo. Un programma dettagliato e stringente sulle cose da fare: sveglia alle 5.15, fuori alle 6, il treno alle 6.48. Prima sorpresa, il mio posto è una poltrona nella quale incastrarsi, alla faccia dell'Eurostar. E' vero che ho preso il biglietto scontato, ma... e in ogni caso c'è un tizio addormentato sopra. Rinuncio a far valere i miei diritti, preferisco un posto di quelli normali, finché non arriverà il suo legittimo occupante. Non arriva nessuno. A prender il treno così presto di domenica siamo ben pochi. A Milano un tempaccio orrendo... più o meno anche piove. Ma trovo subito la navetta e non ci sono problemi. Verso le 10.30 arrivo all'aeroporto. Ero già stata a Malpensa, e non è che non fossi preparata: là per là non ho neanche chissà che impatto travolgente. Meglio così, mi avvio agli schermi: il procedimento è il solito, che tu debba andare a casa o cambiare continente, le cose da fare in aeroporto sono sempre le stesse. Faccio il check-in e mi dirigo verso i controlli. Ok, non è incredibile, ma la gente è davvero tanta, le distanze lunghissime. Mi armo di santa pazienza e faccio tutto, incluse le ultime chiamate a terra. Anche l'imbarco procede senza problemi di sorta.
Finalmente in aereo! Raggiungo il mio posto (scelto accuratamente online alla prenotazione... più o meno ci ho messo venti minuti con i valorosi che mi consigliavano) lato finestrino. Sono entusiasta e guardo insistentemente fuori, come se la pista che vedo non fosse sempre la stessa. L'americano che mi siede a fianco mi chiede, in un italiano pieno di buona volontà, se viaggio da sola. Gli dico di sì. Mi spiega che la moglie è qualche fila dietro. Mi scuso, vorrei vedere fuori, è il mio primo volo così lungo e impegnativo. Ma durante il volo sarò felice di spostarmi. Lui si mostra comprensivo e amichevole, facciamo un po' di conversazione. Sembra entusiasta di mettere alla prova il suo italiano. Mi sto acclimatando, sono felice di avere un compagno di viaggio tranquillo e non vedo l'ora che si parta. Gli schermi mostrano i dati del volo e la cartina. Guardo con fiducia a quelle nove ore rimanenti: in fondo non potranno essere troppo lunghe, in una situazione così esaltante. Alitalia ci provvede perfino di cuscino, coperta e auricolari! Io, dal canto mio, sono ben equipaggiata: il libro della Camboni da finire, molto da scrivere (non so perché, ma scrivere in aereo funziona una meraviglia!), una settimana enigmistica, della musica. Si avvicina una hostess, mi spiega che c'è un'altra coppia divisa, e sta facendo la luna di miele. Ma perché non hanno prenotato prima, mi chiedo io, comunque, le dico che preferirei di no, ma che se non si trova altra soluzione sono disposta a spostarmi. L'assistente di volo continua a cercare, ma niente, alla fine, di buon grado, io e il mio ex vicino di posto ci spostiamo. Mi ritrovo in mezzo a due ragazzi americani alti il doppio di me, e in un posto centrale. Perlomeno è alle uscite di sicurezza e ho tutto lo spazio che voglio. Il volo comincia, procede e continua (e continua a continuare, e ancora) tra cibo, radio, e tentativi di ingannare il tempo. Mi pento di aver chiesto un menu senza lattosio: mi servono praticamente solo carne. Se mi mancava una forte spinta al veganesimo, missà che l'ha data Alitalia: la nausea di tre etti di arrosto secco e contorno di pesce (!) e "verdure". Stavo morendo di fame, e non ho immortalato il fiero pasto. La seconda metà del volo passa nel doppio del tempo della prima. Tra le altre cose, vedo il film "Io, loro e Lara" di Verdone. Svariate turbolenze, molte ore di volo e un po' di sonno dopo, ci ritroviamo sopra l'America. Non ho il finestrino accanto ma scruto attentamente un lato e l'altro. Mi sembra molto simile ad atterraggi già visti. Stiamo praticamente sull'acqua. Se mi distraggo mi pare di essere a Cagliari. L'atterraggio è sereno, ma non metto in conto i 15 minuti per arrivare al terminal. Quando finalmente scendiamo ci aspettano i controlli alla dogana. Evito per puro caso di stare in coda delle ore: quando mi metto in fila è ancora ragionevole, dietro di me, il mondo. In ogni caso devo fare appello ancora una volta a tutta la mia pazienza. Tengo in mano il passaporto (che ha già strisciato regolarmente in partenza nonostante le mie paranoie da smagnetizzazione) e le carte compilate in volo. Arriva il mio turno: un uomo col turbante mi sottopone alla procedura standard. Qualche domanda, le impronte, la foto, i timbri. Non mi viene richiesto di aprire il bagaglio. Almeno su questo passo veloce. Una volta uscita mi butto sul banco dei trasporti a terra, prenoto una navetta e aspetto. Intanto scopro che la mia sim Wind non funziona nel telefono T-Mobile di Paolo. Non funziona nemmeno la sua scheda, in realtà. Mi ingegno per trovare una ricarica e mi scontro la prima volta con l'inadeguatezza del mio inglese. Attendo paziente, e alla fine mi trovo in bus: l'aria condizionata viene accesa solo quando siamo lontani dal JFK, nel frattempo ho eliminato tutte le tossine possibili e immaginabili, fa molto più caldo che a Padova. Il viaggio si prospetta entusiasmante, vedrò lungo la strada una marea di posti nuovi. Effettivamente osservo incuriosita tutto quello che ci passa di fianco. Mi sorprende la quantità di paesaggio naturale che mi trovo intorno: tantissimo verde e tantissima acqua, tutto il contrario dell'idea iperurbanizzata che mi ero fatta dell'America. Diciamo che mi sembra tutto più felicemente selvaggio della (per me) insopportabile Pianura Padana. Un'ora dopo arriva un paesaggio più antropizzato, mi convinco che stiamo arrivando, invece manca ancora un po'. Mi addormento, come tutti gli altri passeggeri, nonostante la guida non troppo delicata. C'è anche chi russa. Arrivo a New Haven: gli edifici di Yale mi colpiscono subito. E' tutto così marrone, neogotico e orgoglioso. C'è un'aria ieratica di antichità. Chi, da piccolo, faceva i castelli di sabbia facendo colare la sabbia umida può avere un'idea visiva del posto, il colore è lo stesso, e anche le forme. Ma la cosa che più mi colpisce è l'ordine. Telefono immediatamente ad Alison, che vive nella stessa casa dove vado a sistemarmi. Fa del suo meglio per spiegarmi dove andare, ma nella mia testa è l'una di notte, e se anche non lo fosse ho fatto un volo di dieci ore... Non capisco niente e mi dirigo nella direzione opposta. Guadagno una bella passeggiata in mezzo ad una specie di concerto di campane. Svariate richieste di informazioni e giri più tardi mi trovo davanti alla casetta. E' un pochino fatiscente, ma non si può negare che sia carina. Attendo con ansia l'arrivo di Alison. Mi metto a leggere e osservo la vita del quartiere: un ragazzo che gioca con una palla da rugby, della musica a pallettone dalla casa vicina. Quando entro in casa sono decisamente stranita: è tutto così particolare che non capisco nemmeno se sono contenta o no. In ogni caso, sono troppo stanca per farmi troppe domande. Mi approprio della mia stanza, scrivo alla proprietaria che sono viva e vegeta, scatto qualche foto qua e là, cercando di cogliere l'atmosfera del posto al mio arrivo. Vedo anche l'altra ragazza che vive qua e studia alla Beinecke. Probabilmente la terrorizzo, non sapeva nulla di me. Mi infilo a letto, cerco di temporeggiare un po' e alla fine mi metto a nanna: la mia camera è praticamente una cabina armadio, ma è molto accogliente e c'è tutto un salottino davanti, con un lucernario fantastico. Lo stesso che mi impedisce di dormire fino all'ora giusta (per qua) la mattina dopo. Ma questa è un'altra storia.
Che strana cronaca, asciutta e piena di problemi incontrati per via. Eppure sono arrivata qua più che contenta: il bilancio è che le cose non sono mai come te le aspetti, sia che vadano bene, sia che ci siano degli imprevisti.
La cosa più notevole della giornata: i primi chilometri fuori da New York, con un sole pazzesco e dei colori vivacissimi, insieme alla consapevolezza di essere finalmente in un nuovo mondo, e lo stupore per tutto, la gioia quasi infantile del vedere le cose per la prima volta.
La cosa più buffa: trovare sul fondo del vassoio Alitalia, pasto speciale senza lattosio, una bustina di latte in polvere... Il paradosso regna sovrano.
Ripongo la mia fiducia nel nuovo mondo!
Finalmente in aereo! Raggiungo il mio posto (scelto accuratamente online alla prenotazione... più o meno ci ho messo venti minuti con i valorosi che mi consigliavano) lato finestrino. Sono entusiasta e guardo insistentemente fuori, come se la pista che vedo non fosse sempre la stessa. L'americano che mi siede a fianco mi chiede, in un italiano pieno di buona volontà, se viaggio da sola. Gli dico di sì. Mi spiega che la moglie è qualche fila dietro. Mi scuso, vorrei vedere fuori, è il mio primo volo così lungo e impegnativo. Ma durante il volo sarò felice di spostarmi. Lui si mostra comprensivo e amichevole, facciamo un po' di conversazione. Sembra entusiasta di mettere alla prova il suo italiano. Mi sto acclimatando, sono felice di avere un compagno di viaggio tranquillo e non vedo l'ora che si parta. Gli schermi mostrano i dati del volo e la cartina. Guardo con fiducia a quelle nove ore rimanenti: in fondo non potranno essere troppo lunghe, in una situazione così esaltante. Alitalia ci provvede perfino di cuscino, coperta e auricolari! Io, dal canto mio, sono ben equipaggiata: il libro della Camboni da finire, molto da scrivere (non so perché, ma scrivere in aereo funziona una meraviglia!), una settimana enigmistica, della musica. Si avvicina una hostess, mi spiega che c'è un'altra coppia divisa, e sta facendo la luna di miele. Ma perché non hanno prenotato prima, mi chiedo io, comunque, le dico che preferirei di no, ma che se non si trova altra soluzione sono disposta a spostarmi. L'assistente di volo continua a cercare, ma niente, alla fine, di buon grado, io e il mio ex vicino di posto ci spostiamo. Mi ritrovo in mezzo a due ragazzi americani alti il doppio di me, e in un posto centrale. Perlomeno è alle uscite di sicurezza e ho tutto lo spazio che voglio. Il volo comincia, procede e continua (e continua a continuare, e ancora) tra cibo, radio, e tentativi di ingannare il tempo. Mi pento di aver chiesto un menu senza lattosio: mi servono praticamente solo carne. Se mi mancava una forte spinta al veganesimo, missà che l'ha data Alitalia: la nausea di tre etti di arrosto secco e contorno di pesce (!) e "verdure". Stavo morendo di fame, e non ho immortalato il fiero pasto. La seconda metà del volo passa nel doppio del tempo della prima. Tra le altre cose, vedo il film "Io, loro e Lara" di Verdone. Svariate turbolenze, molte ore di volo e un po' di sonno dopo, ci ritroviamo sopra l'America. Non ho il finestrino accanto ma scruto attentamente un lato e l'altro. Mi sembra molto simile ad atterraggi già visti. Stiamo praticamente sull'acqua. Se mi distraggo mi pare di essere a Cagliari. L'atterraggio è sereno, ma non metto in conto i 15 minuti per arrivare al terminal. Quando finalmente scendiamo ci aspettano i controlli alla dogana. Evito per puro caso di stare in coda delle ore: quando mi metto in fila è ancora ragionevole, dietro di me, il mondo. In ogni caso devo fare appello ancora una volta a tutta la mia pazienza. Tengo in mano il passaporto (che ha già strisciato regolarmente in partenza nonostante le mie paranoie da smagnetizzazione) e le carte compilate in volo. Arriva il mio turno: un uomo col turbante mi sottopone alla procedura standard. Qualche domanda, le impronte, la foto, i timbri. Non mi viene richiesto di aprire il bagaglio. Almeno su questo passo veloce. Una volta uscita mi butto sul banco dei trasporti a terra, prenoto una navetta e aspetto. Intanto scopro che la mia sim Wind non funziona nel telefono T-Mobile di Paolo. Non funziona nemmeno la sua scheda, in realtà. Mi ingegno per trovare una ricarica e mi scontro la prima volta con l'inadeguatezza del mio inglese. Attendo paziente, e alla fine mi trovo in bus: l'aria condizionata viene accesa solo quando siamo lontani dal JFK, nel frattempo ho eliminato tutte le tossine possibili e immaginabili, fa molto più caldo che a Padova. Il viaggio si prospetta entusiasmante, vedrò lungo la strada una marea di posti nuovi. Effettivamente osservo incuriosita tutto quello che ci passa di fianco. Mi sorprende la quantità di paesaggio naturale che mi trovo intorno: tantissimo verde e tantissima acqua, tutto il contrario dell'idea iperurbanizzata che mi ero fatta dell'America. Diciamo che mi sembra tutto più felicemente selvaggio della (per me) insopportabile Pianura Padana. Un'ora dopo arriva un paesaggio più antropizzato, mi convinco che stiamo arrivando, invece manca ancora un po'. Mi addormento, come tutti gli altri passeggeri, nonostante la guida non troppo delicata. C'è anche chi russa. Arrivo a New Haven: gli edifici di Yale mi colpiscono subito. E' tutto così marrone, neogotico e orgoglioso. C'è un'aria ieratica di antichità. Chi, da piccolo, faceva i castelli di sabbia facendo colare la sabbia umida può avere un'idea visiva del posto, il colore è lo stesso, e anche le forme. Ma la cosa che più mi colpisce è l'ordine. Telefono immediatamente ad Alison, che vive nella stessa casa dove vado a sistemarmi. Fa del suo meglio per spiegarmi dove andare, ma nella mia testa è l'una di notte, e se anche non lo fosse ho fatto un volo di dieci ore... Non capisco niente e mi dirigo nella direzione opposta. Guadagno una bella passeggiata in mezzo ad una specie di concerto di campane. Svariate richieste di informazioni e giri più tardi mi trovo davanti alla casetta. E' un pochino fatiscente, ma non si può negare che sia carina. Attendo con ansia l'arrivo di Alison. Mi metto a leggere e osservo la vita del quartiere: un ragazzo che gioca con una palla da rugby, della musica a pallettone dalla casa vicina. Quando entro in casa sono decisamente stranita: è tutto così particolare che non capisco nemmeno se sono contenta o no. In ogni caso, sono troppo stanca per farmi troppe domande. Mi approprio della mia stanza, scrivo alla proprietaria che sono viva e vegeta, scatto qualche foto qua e là, cercando di cogliere l'atmosfera del posto al mio arrivo. Vedo anche l'altra ragazza che vive qua e studia alla Beinecke. Probabilmente la terrorizzo, non sapeva nulla di me. Mi infilo a letto, cerco di temporeggiare un po' e alla fine mi metto a nanna: la mia camera è praticamente una cabina armadio, ma è molto accogliente e c'è tutto un salottino davanti, con un lucernario fantastico. Lo stesso che mi impedisce di dormire fino all'ora giusta (per qua) la mattina dopo. Ma questa è un'altra storia.
Che strana cronaca, asciutta e piena di problemi incontrati per via. Eppure sono arrivata qua più che contenta: il bilancio è che le cose non sono mai come te le aspetti, sia che vadano bene, sia che ci siano degli imprevisti.
La cosa più notevole della giornata: i primi chilometri fuori da New York, con un sole pazzesco e dei colori vivacissimi, insieme alla consapevolezza di essere finalmente in un nuovo mondo, e lo stupore per tutto, la gioia quasi infantile del vedere le cose per la prima volta.
La cosa più buffa: trovare sul fondo del vassoio Alitalia, pasto speciale senza lattosio, una bustina di latte in polvere... Il paradosso regna sovrano.
Ripongo la mia fiducia nel nuovo mondo!
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