Così, tralasciando i giorni della settimana scorsa, la cui frenesia è ben documentata su Facebook, mi sposto dritta a ieri: il grande giorno, il 30 maggio che da mesi aspettavo. Un programma dettagliato e stringente sulle cose da fare: sveglia alle 5.15, fuori alle 6, il treno alle 6.48. Prima sorpresa, il mio posto è una poltrona nella quale incastrarsi, alla faccia dell'Eurostar. E' vero che ho preso il biglietto scontato, ma... e in ogni caso c'è un tizio addormentato sopra. Rinuncio a far valere i miei diritti, preferisco un posto di quelli normali, finché non arriverà il suo legittimo occupante. Non arriva nessuno. A prender il treno così presto di domenica siamo ben pochi. A Milano un tempaccio orrendo... più o meno anche piove. Ma trovo subito la navetta e non ci sono problemi. Verso le 10.30 arrivo all'aeroporto. Ero già stata a Malpensa, e non è che non fossi preparata: là per là non ho neanche chissà che impatto travolgente. Meglio così, mi avvio agli schermi: il procedimento è il solito, che tu debba andare a casa o cambiare continente, le cose da fare in aeroporto sono sempre le stesse. Faccio il check-in e mi dirigo verso i controlli. Ok, non è incredibile, ma la gente è davvero tanta, le distanze lunghissime. Mi armo di santa pazienza e faccio tutto, incluse le ultime chiamate a terra. Anche l'imbarco procede senza problemi di sorta.
Finalmente in aereo! Raggiungo il mio posto (scelto accuratamente online alla prenotazione... più o meno ci ho messo venti minuti con i valorosi che mi consigliavano) lato finestrino. Sono entusiasta e guardo insistentemente fuori, come se la pista che vedo non fosse sempre la stessa. L'americano che mi siede a fianco mi chiede, in un italiano pieno di buona volontà, se viaggio da sola. Gli dico di sì. Mi spiega che la moglie è qualche fila dietro. Mi scuso, vorrei vedere fuori, è il mio primo volo così lungo e impegnativo. Ma durante il volo sarò felice di spostarmi. Lui si mostra comprensivo e amichevole, facciamo un po' di conversazione. Sembra entusiasta di mettere alla prova il suo italiano. Mi sto acclimatando, sono felice di avere un compagno di viaggio tranquillo e non vedo l'ora che si parta. Gli schermi mostrano i dati del volo e la cartina. Guardo con fiducia a quelle nove ore rimanenti: in fondo non potranno essere troppo lunghe, in una situazione così esaltante. Alitalia ci provvede perfino di cuscino, coperta e auricolari! Io, dal canto mio, sono ben equipaggiata: il libro della Camboni da finire, molto da scrivere (non so perché, ma scrivere in aereo funziona una meraviglia!), una settimana enigmistica, della musica. Si avvicina una hostess, mi spiega che c'è un'altra coppia divisa, e sta facendo la luna di miele. Ma perché non hanno prenotato prima, mi chiedo io, comunque, le dico che preferirei di no, ma che se non si trova altra soluzione sono disposta a spostarmi. L'assistente di volo continua a cercare, ma niente, alla fine, di buon grado, io e il mio ex vicino di posto ci spostiamo. Mi ritrovo in mezzo a due ragazzi americani alti il doppio di me, e in un posto centrale. Perlomeno è alle uscite di sicurezza e ho tutto lo spazio che voglio. Il volo comincia, procede e continua (e continua a continuare, e ancora) tra cibo, radio, e tentativi di ingannare il tempo. Mi pento di aver chiesto un menu senza lattosio: mi servono praticamente solo carne. Se mi mancava una forte spinta al veganesimo, missà che l'ha data Alitalia: la nausea di tre etti di arrosto secco e contorno di pesce (!) e "verdure". Stavo morendo di fame, e non ho immortalato il fiero pasto. La seconda metà del volo passa nel doppio del tempo della prima. Tra le altre cose, vedo il film "Io, loro e Lara" di Verdone. Svariate turbolenze, molte ore di volo e un po' di sonno dopo, ci ritroviamo sopra l'America. Non ho il finestrino accanto ma scruto attentamente un lato e l'altro. Mi sembra molto simile ad atterraggi già visti. Stiamo praticamente sull'acqua. Se mi distraggo mi pare di essere a Cagliari. L'atterraggio è sereno, ma non metto in conto i 15 minuti per arrivare al terminal. Quando finalmente scendiamo ci aspettano i controlli alla dogana. Evito per puro caso di stare in coda delle ore: quando mi metto in fila è ancora ragionevole, dietro di me, il mondo. In ogni caso devo fare appello ancora una volta a tutta la mia pazienza. Tengo in mano il passaporto (che ha già strisciato regolarmente in partenza nonostante le mie paranoie da smagnetizzazione) e le carte compilate in volo. Arriva il mio turno: un uomo col turbante mi sottopone alla procedura standard. Qualche domanda, le impronte, la foto, i timbri. Non mi viene richiesto di aprire il bagaglio. Almeno su questo passo veloce. Una volta uscita mi butto sul banco dei trasporti a terra, prenoto una navetta e aspetto. Intanto scopro che la mia sim Wind non funziona nel telefono T-Mobile di Paolo. Non funziona nemmeno la sua scheda, in realtà. Mi ingegno per trovare una ricarica e mi scontro la prima volta con l'inadeguatezza del mio inglese. Attendo paziente, e alla fine mi trovo in bus: l'aria condizionata viene accesa solo quando siamo lontani dal JFK, nel frattempo ho eliminato tutte le tossine possibili e immaginabili, fa molto più caldo che a Padova. Il viaggio si prospetta entusiasmante, vedrò lungo la strada una marea di posti nuovi. Effettivamente osservo incuriosita tutto quello che ci passa di fianco. Mi sorprende la quantità di paesaggio naturale che mi trovo intorno: tantissimo verde e tantissima acqua, tutto il contrario dell'idea iperurbanizzata che mi ero fatta dell'America. Diciamo che mi sembra tutto più felicemente selvaggio della (per me) insopportabile Pianura Padana. Un'ora dopo arriva un paesaggio più antropizzato, mi convinco che stiamo arrivando, invece manca ancora un po'. Mi addormento, come tutti gli altri passeggeri, nonostante la guida non troppo delicata. C'è anche chi russa. Arrivo a New Haven: gli edifici di Yale mi colpiscono subito. E' tutto così marrone, neogotico e orgoglioso. C'è un'aria ieratica di antichità. Chi, da piccolo, faceva i castelli di sabbia facendo colare la sabbia umida può avere un'idea visiva del posto, il colore è lo stesso, e anche le forme. Ma la cosa che più mi colpisce è l'ordine. Telefono immediatamente ad Alison, che vive nella stessa casa dove vado a sistemarmi. Fa del suo meglio per spiegarmi dove andare, ma nella mia testa è l'una di notte, e se anche non lo fosse ho fatto un volo di dieci ore... Non capisco niente e mi dirigo nella direzione opposta. Guadagno una bella passeggiata in mezzo ad una specie di concerto di campane. Svariate richieste di informazioni e giri più tardi mi trovo davanti alla casetta. E' un pochino fatiscente, ma non si può negare che sia carina. Attendo con ansia l'arrivo di Alison. Mi metto a leggere e osservo la vita del quartiere: un ragazzo che gioca con una palla da rugby, della musica a pallettone dalla casa vicina. Quando entro in casa sono decisamente stranita: è tutto così particolare che non capisco nemmeno se sono contenta o no. In ogni caso, sono troppo stanca per farmi troppe domande. Mi approprio della mia stanza, scrivo alla proprietaria che sono viva e vegeta, scatto qualche foto qua e là, cercando di cogliere l'atmosfera del posto al mio arrivo. Vedo anche l'altra ragazza che vive qua e studia alla Beinecke. Probabilmente la terrorizzo, non sapeva nulla di me. Mi infilo a letto, cerco di temporeggiare un po' e alla fine mi metto a nanna: la mia camera è praticamente una cabina armadio, ma è molto accogliente e c'è tutto un salottino davanti, con un lucernario fantastico. Lo stesso che mi impedisce di dormire fino all'ora giusta (per qua) la mattina dopo. Ma questa è un'altra storia.
Che strana cronaca, asciutta e piena di problemi incontrati per via. Eppure sono arrivata qua più che contenta: il bilancio è che le cose non sono mai come te le aspetti, sia che vadano bene, sia che ci siano degli imprevisti.
La cosa più notevole della giornata: i primi chilometri fuori da New York, con un sole pazzesco e dei colori vivacissimi, insieme alla consapevolezza di essere finalmente in un nuovo mondo, e lo stupore per tutto, la gioia quasi infantile del vedere le cose per la prima volta.
La cosa più buffa: trovare sul fondo del vassoio Alitalia, pasto speciale senza lattosio, una bustina di latte in polvere... Il paradosso regna sovrano.
Ripongo la mia fiducia nel nuovo mondo!
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Ciao Anna!! sono Robyy! che bello... ti invidio! questo commento è bellissimo eheheh! ti seguo...ora guardo le foto!! un bacioneee!!
RispondiEliminaCerto che se scrivi tutti questi post sarà difficile starti dietro!
RispondiEliminaPotevi tranquillamente dire no ai due sposini. Non capisco perché la hostess ti ha quasi obbligato a spostarti...