La mia domenica comincia col buon proposito di andare a Messa: non so decidermi tra le due cappelle universitarie, una che propone un rito ecumenico, l'altra, più vicina, un rito cattolico. Mi dico che tanto mi sembreranno strani entrambi, e sono decisamente curiosa. Il risveglio è pigro e passo vario tempo su Skype con mamma e papà: i prodigi della tecnologia! Tenerli entrambi davanti al computer venti minuti filati e riuscire a chiacchierare da un continente all'altro senza minimamente preoccuparsi dei costi o di qualunque altra cosa.
Mi dirigo alla Battell Chapel: è la chiesa centrale del Campus, quella che offre il rito ecumenico, e quella in cui sentirò il Palestrina Choir il 22 giugno. Vengo accolta con un libretto e una paletta (mi hanno raccontato di acclamazioni molto vivaci, ma quella era Harlem... a cosa mai servirà questa paletta?) che scopro presto essere un ventaglio. E tutti lo usano, nonostante la giornata non caldissima e i ventilatori che fanno il loro lavoro. Il servizio non è niente male: la musica è ottima e a livello pressoché professionale con un pastore (donna, di nuovo, di un'altezza imbarazzante) che suona i bonghi e altri strumenti esotici, la Parola che viene proclamata al centro dell'assemblea da un lettore che gira su se stesso per farsi sentire da tutti, una coppia con un pargolo piccolissimo due file davanti a me (ok, questo non c'entra nulla con il rito, va bene lo stesso). Mi presento al pastore e vado, ho un sacco di musei da vedere e cose da fare. In particolare, oggi ho in programma la collezione di strumenti e la University Art Gallery, più il museo di New Haven, con la storia del luogo, che questa domenica non fa pagare il biglietto. Faccio due isolati e la scarpa sinistra si apre in due. Benissimo, mi dico, erano proprio da buttare ormai, e adesso che faccio? Provo ad arrangiare la scarpa alla bell'e meglio e torno verso casa, visto che a metà strada ci sono alcuni negozi che possono essermi d'aiuto. Non faccio due passi che sono punto e a capo, anzi la scarpa si apre di più. Rinuncio: arrivo fino a Broadway su una scarpa sola, solo l'ultimo pezzetto è realmente un po' lurido, ma dentro il campus potrei farlo tutti i giorni. Penso che, nella stranezza della cosa, è una bella fortuna poter camminare così, scalza, senza preoccuparmi troppo: un'esperienza insolita senza dubbio. Approfitto degli sconti di un ottimo negozio di abbigliamento e materiale tecnico. Sfortunatamente non c'è molto della mia taglia, perché le cose sono davvero carine e avrei volentieri preso anche qualcosa in più.
Pranzo e poi musei come previsto: la University Art Gallery è magnifica, mi sembra incredibile che possano non far pagare un biglietto di ingresso. Il museo di New Haven, invece, è esattamente quello che mi aspettavo: la celebrazione della storia di una cittadina lungo i secoli, niente di davvero interessante, ma istruttivo per entrare nel clima del luogo. In particolare, ci sono alcune sezioni dedicati ad una rivolta di schiavi che ha poi portato al processo di integrazione, vari interni di case ricche di New Haven, una panoramica sulla storia della colonia e sulla sua vocazione marittima.Rimango in giro fino alle otto: le campane della Harkness Tower mi tengono compagnia per ben un'ora, deliziandomi con brani come il tema del film Ghost e quel brano della Bella e la Bestia che fa "ti sorprenderà... come il sole ad est..." E' davvero divertente sentirli fatto dalle campane!
La sera, attesa con ansia, arriva finalmente! Ho appuntamento con una ragazza del dipartimento di italiano, per un po' di tandem. Lei si chiama Maria, è greco-americana studia per il dottorato. Passo un'ora serena, il fatto di potermi esprimere in italiano e la sua disponibilità mi permettono di aprirmi come voglio, mi promette di portarmi in giro qua e là e crede che sarà divertente per me uscire con lei e i suoi amici. D'altronde, lei sta portando avanti un "progetto Maria", e non vuole stressarsi troppo con lo studio. Con una considerazione che mi lascia per un attimo senza fiato mi dice: "questi anni passeranno, e posso anche diventare una professoressa bravissima, ma è adesso che devo stare con la mia famiglia e vivere! probabilmente sarò anche una professoressa migliore!" Il ragionamento, al di là dell'autoevidenza, non è banale, mi spiega che loro dottorandi sono davvero stressati e fare humanities qui significa lavorare davvero sodo, non come quelli che fanno scienze ("per questo vado a vivere da sola, ho bisogno di tranquillità"). Del resto siamo dall'altra parte del mondo, tutto è possibile!
Torno a casa che è già scuro, ma un felice insieme di coincidenze mi permette di approfittare dello shuttle di Yale, torno con Sara e mi avvento su una sorta di strudel di verdure preparato all'ora di pranzo. Non è un granché, è senza sale e mezzo crudo, ma pensate alla faccia delle americane quando l'ho sfornato!
Applausi: un'ottima domenica!
RispondiEliminaFinalmente un po' fresco, qui invece comincia il bello...
bello almeno ti sei rilassata....però la prossima volta dovrai fare la pizza!baci luciana
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