giovedì 17 giugno 2010

Overwhelming

Questa parola significa, grosso modo, "travolgente". Da queste parti è molto usata, e non solo per un fatto di moda, ma perché è molto frequente sentirsi "overwhelmed". Un paese grande un continente intero, in cui tutto è grande: le macchine sono grandi, i supermercati sono grandi, le biblioteche sono grandi... le città (quelle grandi almeno) sono grandi. Con negozi grandi, manifesti pubblicitari grandi, schermi promozionali grandi. Più che grandi. La parola che usa Maria è, precisamente, "huge": enorme!
Questa è la sensazione che ho avuto appena arrivata a New York. Anzi, non "appena". Abbiamo preso un treno di modesta apparenza e modesta velocità, abbiamo chiacchierato tanto e la Grand Central Station è davvero carina. E non enorme, come temevo: credo che quella di Milano sia più grande, forse è paragonabile a quella di Firenze, ma non di più. E' su due livelli: sotto si arriva ai binari, e ci sono un sacco di posti in cui si può comprare da mangiare. C'è un'area centrale il cui perimetro è una fila di poltrone. Al livello superiore, una sorta di volta stellata, le biglietterie, i tabelloni. Il tutto in uno stile architettonico decisamente gradevole. Insomma, non l'impatto terrificante che mi aspettavo, con gente che va e che viene a tutta velocità. Di nuovo, peggio Milano. Per quasi un'ora sono stata a New York senza vederla: abbiamo mangiato qualcosa in stazione, poi ci siamo spostati verso la Subway, la metropolitana: per tutto questo tempo, fuori potevano essere le dieci del mattino come le dieci della sera. Nel frattempo ho fatto un po' di conoscenza con Amy, l'amica di Maria. Carissima persona, accogliente e spiritosa. A New York fa l'avvocato, e lei e Maria hanno studiato entrambe all'Università di Pennsylvania. Abbiamo preso uno shuttle per Times Square. Anche qui, l'impatto non è stato troppo "travolgente": forse perché era domenica, ma non c'era calca, folla sì, ma niente di esagerato. Lo stupore maggiore è venuto dalla differenza di temperatura tra l'esterno (un'aria soffocante, di sottosuolo e ferraglia) e l'interno (aria condizionata sparata violentissima, terribile). Finalmente in Times Square. Adesso sì che mi trovo davanti ad un panorama "overwhelming". Mi avvertono che i newyorkesi non vengono qua abitualmente, e in effetti mi rendo conto ben presto di trovarmi in qualcosa di molto simile ad una fiera: cercano di venderti qualcosa ad ogni angolo e con ogni mezzo, dal tradizionale banchetto di salsiccia al tecnologico tabellone animato. Il profumo è esattamente lo stesso che in una fiera, i vapori degli hot dog aleggiano qua e là, la gente è chiaramente qui per turismo e per comprare. Maria voleva mostrarmi il "consumerism": ho un'idea ben chiara di cosa intendesse, ruote panoramiche dentro i negozi, le foto come sulle navi da crociera, colori e luci dappertutto. Scatto foto a destra e sinistra, fare esattamente quello che ci si aspetta da una turista alla prima visita è il mio umile modo di reagire. Il programma prevede, per cominciare: shopping! Guardo è provo varie cose qua e là, destreggiandomi con le taglie americane (a quanto pare calzo poco meno di 9, e i pantaloni sono 2. Per le magliette, circa, small o medium - qua lo dicono per intero, non solo con l'iniziale). Intanto vediamo la città, dopo Times Square, il Rockefeller Center (e altrettanti negozi). Durante la mattina attraversiamo Broadway, incrociamo una sfilata di portoricani, mi mostrano il ponte di Brooklyn. Ho i miei dubbi che mi avrebbe detto qualcosa anche avendolo visto meglio, ma proprio in quel momento ha cominciato a piovere come si deve, e gli ombrelli ce li siamo procurati solo una volta a Chinatown. Quindi, francamente, non mi è parso altro che "un ponte". Chinatown è stata forse la tappa più interessante della giornata: è pieno di negozi di ogni tipo, di alimentari e non. Abbiamo mangiato un gelato e abbiamo comprato del mochi ripieno! Assaggio subito quello al mango, è troppo fresco ma decisamente molto buono. Bancarelle di frutta e verdura, lychees dappertutto, e ciliegie e fragole ad un prezzo ottimo. Amy commenta "it's not organic". Sarà, ma l'America è il primo posto in cui mi capita di pagare la frutta (e parlo delle mele e delle banane, non degli avocado) "al pezzo". Evitiamo Little Italy, sia Maria che Amy fanno una faccia pessima al solo nominarla, e io, se è così, non muoio dalla voglia. Ci dirigiamo verso Astoria, con l'intenzione di mangiare greco. Mi fanno vedere sulla mappa della Subway il giro che abbiamo fatto: mi rendo conto che non mi sarebbe mai capitato di vedere così tanti posti diversi a New York se fossi stata da sola. L'abbiamo praticamente attraversata tutta, entrando in contatto con tutti i tipi di personaggi che si possono incrociare in una città del genere. A fine giornata ci aspettava il pezzo forte. Io non ero convintissima, temevo di buttare troppi soldi per una cosa che, in fondo, troppo speciale non poteva essere. Ma loro hanno insistito, erano assolutamente certe che io dovessi vedere un musical a Broadway. E il prezzo dei biglietti era circa la metà di quello normale, decisamente al di sopra delle aspettative. Certo, era un piccolo teatro, e anche il musical forse non aveva troppe pretese, ma lo spirito di Broadway me lo sono goduta tutto. In questo senso, probabilmente, sono stata molto fortunata a trovare un revival, invece di una grossa produzione moderna, che probabilmente avrebbe solo intensificato il mio senso di eccesso. Mio, e non solo mio, Maria continuava a ripetere che non riuscirebbe a vivere là, Philadelphia, invece, è la città della misura giusta. Probabilmente per la concomitanza di un premio importante (ma di cui io non sapevo niente, i Tony awards) il teatro non era affollato, e ci siamo goduti lo spettacolo comode e rilassate. La trama era una storia d'amore tra due giovani, con un sacco di rimandi al teatro classico, shakespeariano in particolare, con una scenografia minimale e, ovviamente, un sacco di pezzi cantati. Tutto dal vivo: strumentazione (piano ed arpa, principalmente, e ad un certo punto una sorta di xilofono) e voci. E il teatro era piuttosto piccolo, al quarto piano di uno stabile che sembrava un vecchio albergo. Nemmeno amplificazione, dunque, per fortuna. La dimensione così ristretta è stata forse proprio la grande differenza rispetto alle mie aspettative, era davvero possibile godersi per intero il contatto con gli attori e con la musica. Una storia d'amore tradizionale com'era sarebbe potuta essere, tra l'altro, molto banale, invece era incredibilmente ironico, tanto che il lieto fine è arrivato alla fine del primo atto, e ci chiedevamo di che cosa avrebbe parlato il secondo! Dopo il musical torniamo verso la stazione, attraversando nuovamente Times Square, di notte, se possibile ancora più overwhelming di prima.
Ottima musica, ancora dal vivo, nella Subway. Il viaggio di ritorno è stato semplicemente lungo, io e Maria eravamo stanchissime, lei ha sentito un mp3 su Dante, io ho provato a leggere un po' di Euripide, ma, come era ovvio, mi sono addormentata piuttosto velocemente.

Alla stazione salgo su un taxi. Io già ho un problema con la lingua (e la pronuncia soprattutto: cioè, sopravvivo, ma sembro una scema una volta su due), per di più mi capita anche il tassista sordo... non è per modo di dire, era un arzillo vecchietto, cordiale e mezzo sordo! Tra quello e l'ora tarda... nonostante tutto a casa ci sono arrivata, sfatta ma contenta. Contenta del mio jeans nuovo, del musical, delle foto, del cibo, delle persone. E del mio taro-mochi per il giorno dopo!

3 commenti:

  1. Abbiamo aspettato a lungo questo tuo racconto e ne è valsa la pena! E' stato emozionante leggerlo come esserci stato: bei ricordi e non solo perché era New York... Nostalgia di cose che non torneranno più!

    Però un girettino a Little Italy (magari anche al quartiere greco e a quello ebraico) andavano fatti... Little Italy è ormai mangiata da Chinatown, ma ha un'aria familiare: colpì anche un anti-italiano come me!

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  2. Spero tu abbia letto i miei auguri e soprattutto spero sia il giorno giusto!

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