giovedì 24 giugno 2010

Take Care

E' un'espressione che viene usata da queste parti, di solito come saluto, quando vogliono augurarti di "aver cura di te". In realtà è un'espressione abbastanza convenzionale, ma quando mi è capitato di sentirla mi ha stupito come qualcosa di inaspettato. E' quello che mi ha detto Sara la sera che pensavo di tornare con lei ma lei non è riuscita a contattarmi, è quello che mi ha detto Maria quando ha preso il taxi prima di me la domenica della visita a New York, è quello che mi ha detto ieri sera l'agente della Sicurezza di Yale che ha chiamato il taxi per me. E' un'espressione semplice, ma efficace. "Take Care" è quello che sto cercando di fare in questi giorni: il caldo si alterna ai temporali, ancora, e l'euforia per il lavoro ad una ingestibile stanchezza, unita ad una certa insoddisfazione e alla sensazione che le giornate siano insieme troppo lunghe e troppo brevi, e troppo uguali. Probabilmente mi sono solo lasciata prendere un po' dalla frenesia di andare avanti ad ogni costo, ho dormito un po' meno del necessario, ho pianificato poco il mio lavoro. Forse è solo la malinconia per la partenza imminente o il clima nella casa qua che è veramente altalenante, e io non so proprio cosa pensare. Ma non mi piace molto questo stato di cose, e cerco di "avere cura di me". Oggi, per esempio, ho riposato un'oretta prima di cena, anziché fare il bis di biblioteca, e mi sono dedicata un po' all'inglese. Come ho detto più volte nella realtà mi sento spesso una stupida, e le difficoltà sono a volte grosse, ma di fronte al computer è abbastanza chiaro che il mio livello è salito, e se avrò la fermezza di non perdere la calma per tutto quel tempo (il TOEFL dura quattro ore), l'esame di sabato sarà positivo. Ho avuto gli incubi su questo test, stanotte (ok, erano molto inverosimili, c'era un'istruttrice cinese o coreana che pretendeva che ci recassimo ai computer con una specie di coreografia da parata) e ho probabilmente la sensazione di stare facendo, adesso, delle cose non solo importanti, ma determinanti per il mio futuro. Domani, per esempio, parlerò con Pericles Lewis, il responsabile della Graduate School per il dipartimento di Comparative Literature. Certo, non mi sta facendo un colloquio, ma comunque ho il timore di fare una figuraccia. Stessa sensazione un paio di giorni fa, con la curatrice della collezione americana alla Beinecke: la voglia di avere delle risposte, la sensazione di essere ad un passo da cose importanti, e i limiti di farlo in questa situazione "volante", in cui mi sento entusiasta, certo, ma anche molto insicura e vulnerabile.

"Take care" è stato anche, ieri sera, andare a sentire un concerto alla Battell Chapel: un coro irlandese, maschile, di 30 bambini e 10 adulti. La direttrice era una donna corpulenta che si agitava come se il coro dovesse ad un certo punto caricare il pubblico, invece di cantare. Il programma mi era noto per un terzo almeno (Byrd, Palestrina...) il resto erano compositori inglesi, con qualcosa di moderno. Se avessero fatto anche Byrd e Palestrina con il trasporto delle cose moderne, sarebbe stato senz'altro più bello, ma il livello era alto, anche se non straordinario, ma forse è solo lo stile, che non mi piace molto. Ho apprezzato molto, forse di più, gli adulti da soli, e i solisti, che avevano delle voci incredibili. In ogni caso, bello, ci voleva, e quel tipo di musica mi fa sentire un po' più a casa.
Per il resto, continuo a mangiare qua e là: visto che New Haven è famosa per il cibo mi fa piacere provare, e anche se ogni tanto esagero e non riesco a non finirmi delle porzioni spropositate che mi portano, ho l'opportunità di assaggiare cose davvero buone come il pad thai di oggi, servito in un lunchbox che purtroppo non ho potuto fotografare, con insalata, salsa, frutta, e della zuppa di latte cocco. Niente male davvero.
Altre curiosità, giusto perché non pensiate che mi sto avvizzendo sui manoscritti. Oggi ho esaminato a lungo un libro in cinque volumi sulle divinità della Grecia. Era pieno di simboli, a margine: ogni volta che H.D. trovava qualcosa di attinente ad un segno zodiacale o al temperamento di un certo pianeta, ne ha disegnato il corrispondente simbolo a margine. Così mi sto rendendo conto con esattezza di dove ha presso le sue a volte originali convinzioni sugli dei antichi, e come le ha messe in relazione con altri saperi (per lei lo erano senza ombra di dubbio) come l'astrologia (ma "scientifica", ho visto un suo manuale e mi è quasi venuta voglia di farmi fare un oroscopo) e l'ermetismo. In tutto questo non ho ancora capito da dove ha tirato fuori le pantere associate ad Artemide...
In ogni caso, tra pensieri personali e dati tecnici, probabilmente questo post vi starà annoiando, avevo deciso di non scriverlo ma mi fa piacere condividere quello che accade, anche se è un po' più lirico o tecnico del solito, voi portate pazienza. And take care, all of you, chi commenta e chi legge soltanto, chi aspetta una mail ogni giorno, chi va e chi viene e chi ha gli esami...

4 commenti:

  1. take care anche da parte nostra che aspettiamo con ansia tue notizie e leggiamo con estremo piacere tutto ciò che scrivi permettendoci di viaggiare con te,ciao baci luciana

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  2. Wow. Take care è l'espressione con la quale concludo il 90% delle e-mail che scrivo agli americani: stammi bene, insomma!

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  3. Per chiudere una mail è bello anche "All best". E come espressione mi piace moltissimo anche "Prego": "Yoy're Welcome!".

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  4. Non lo so... "All the best" mi sa da cosa sdolcinanata...

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