L'ho cercato, pensavo di aver già scritto un post con questo titolo, e invece non l'ho mai usato. Il nome del blog non è mai stato anche il titolo di un post, finora... Così sono andata a rivedere quando avevo iniziato, e cosa avevo scritto. Mi sono riletta, e sono stata contenta di aver scritto perché molte cose le ho già dimenticate. Altre ci è solo voluto del tempo per fissarle, per fare in modo che mi appartenessero, radici che hanno portato frutto col tempo, e che ora sono aspetti fondamentali di me stessa. Cose che ritenevo nuovissime e rivoluzionarie e che invece sono i frutti di una maturazione durata almeno due anni e mezzo. Questa è una ragione di fiducia: anche adesso sto seminando, e i frutti li vedrò prima o poi, se ho la pazienza di aspettarli. La correttezza di una decisione non dipende dalla rapidità dei suoi risultati, ma dalla loro bontà e rispondenza all'intento.
Un'ampia parentesi autoriflessiva, favorita dall'ora tarda o solo dal clima della partenza, che induce a tirare le somme e fare un po' il punto. E anche qualche confronto: con la scrittura di quel giugno 2010, molto più curata e dettagliata (avevo anche molto più tempo di quello che ho avuto qui) e forse anche più intensa, la prima volta dopo anni che azzardavo una scrittura organica, forse la prima in assoluto che permettevo a così tante persone di leggere. Oggi scrivo (e faccio leggere) con regolarità e una certa dose di (sfacciato, immodesto e forse eccessivo) coraggio... mi piace la strada che ho percorso e dove mi sta portando, terrò a mente questo pensiero nei momenti di sfiducia.
Il confronto è anche con altre partenze, altrettanto umide e piovose, come il mio primo anno al Festivaletteratura di Mantova: una malinconia molto simile, anche se più lieve in questo caso. E tornare a come ho iniziato asseconda l'umore autunnale di fine vacanza e di addio. Mi viene da pensare che una chiusura circolare non potrà che essere la fine del blog, e mi sono chiesta se valesse la pena scriverlo proprio così, l'ultimo post dall'Irlanda, quasi scaramanticamente. Del resto, per me, la definizione esatta di uno scritto che funziona è "rotondo". Ma mi son detta: se questa è una fine, non ne avrei potuto trovare una migliore. Se non lo è, quale migliore inizio di un ritorno al punto da cui ero partita? Ma soprattutto non riesco a resistere alla tentazione di sottolineare questi corsi e ricorsi storici, visto che al termine dei quindici giorni abbiamo concesso a noi e ai ragazzi... la pizza!
Una pizza delle dimensioni di una ridotta, qua, costa sette euro e cinquanta, anche se solo margherita. Ne abbiamo prese una quindicina di giganti, tutte margherite e poi le abbiamo divise. Di fronte all'Athlone Institute of Technology c'è la pizzeria di un italiano, Luigi, e alla fine dei quindici giorni abbiamo pensato di esaudire questo desiderio dei ragazzi, che per tutto il tempo si sono lamentati del cibo, nonostante la varietà e la quantità del cibo della mensa. E Così la mia esperienza qui si chiude con un'altra pizza estera, in compagnia, dopo la discoteca di chiusura, un sacco di pianti e il senso di qualcosa di bello che, con tutti gli alti e bassi, ha funzionato, e lascerà un segno. La pizza oltretutto era buona, anche se il formaggio, che è sempre il punto più debole di questi tentativi di cucina italiana abroad, non era proprio indimenticabile.
Non riesco a non lasciarmi andare alla morale di noi italiani che all'estero (e forse anche in patria) siamo sempre nostalgici di qualcosa, troppo attaccati a quello che ci siamo lasciati dietro per godere pienamente di quello che abbiamo. "Nessuno cucina come la mamma", insomma.
Ci aspetta, domani una giornata intera tra voli e aeroporti, quindi non è davvero la fine. Ma così la sento, e dopo l'autoanalisi e dopo la morale ecco perfino i buoni propositi.
O più precisamente un sogno.
Il sogno di un viaggio in cui la strada di ritorno non sia la stessa dell'andata. Il sogno un viaggio di cui io e solo io conosco le tappe, e non necessariamente al momento di partire. Un viaggio senza altro bagaglio che quello che riesco a portarmi da sola (e magari qualcosa meno). Un viaggio in cui la mia casa sia quella dietro ogni porta che si apre per me, la mia patria quella che si stende sotto i miei piedi passo dopo passo.
In un certo senso quel viaggio è già iniziato, ma probabilmente sono vicina a questa fatidica nuova partenza più di quanto io stessa non immagini.
E così un arrivederci, e un nuovo Buona Strada.
Buona Strada allora a me che riparto, Buona Strada a chi -
incredibilmente, e non posso che ringraziare - continua a camminare con
me. Buona Strada anche a chi cammina ormai altrove.
Che bello sarebbe, adesso, sapere di tutti voi.
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<3 buona strada Anna ne farai tanta....speriamo di poter camminare sempre con te e godere dei tuoi racconti, delle tue esperienze e di poter vedere tante meraviglie attraverso i tuoi occhi e le tue parole
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